IAGO

Dialoghi aggiunti di William Shakespeare” scrive Angela Carter nel suo romanzo “Figlie sagge” (Rizzoli). Immagina che, tra scritture e riscritture, un film hollywoodiano di serie B non abbia trovato una formula migliore per compensare nei crediti il più geniale sceneggiatore mai nato (che per giunta, essendo morto da secoli, non si comporta come i romanzieri che appena venduto un romanzo vanno in gita premio sul set, e subito si lagnano: “mi hanno cambiato la battuta”). “Da un’idea di Arturo Paino e William Shakespeare” scrive Ottavio Cappellani nel suo romanzo “Sicilian tragedi” (Mondadori). Immagina un assessore alla cultura che – per aver patrocinato un “Romeo e Giulietta” – si pretende ispiratore di un’opera scritta prima che i suoi trisavoli nascessero. Carter e Cappellani scherzano. Volfango De Biasi fa sul serio, quando scrive nei crediti che questo “Iago” è liberamente tratto da William Shakespeare (esiste anche il libro, da Mondadori). Si capisce che fa sul serio quando al collo di Gabriele Lavia, celebre architetto di nome Brabanzio che fa il bello e il cattivo tempo alla Biennale, compare la sciarpetta. Indossata senza un’ombra di ironia, anche se la sciarpetta al collo dell’architetto fa tanto fiction italiana. Il giovane studente di architettura Iago – figlio di padre muratore che lo preferiva muratore (e forse non sbagliava, ascoltato il discorsetto sulle scale che danno sul nulla, e sull’amore che è l’unica cosa che conta) – in camera ha appeso un poster con la scritta “non luoghi”. Otello si presenta alla festa mascherata – coreografie di Luca Tommassini, una brillante carriera da Madonna a X Factor – con un completino nero da gladiatore sulla pelle color caffelatte, e così vestito si ritira tra gli stucchi della biblioteca per sfogliare una volume antico. Lì si bacia con Desdemona: Laura Chiatti sommariamente vestita. Per fare la bestia a due schiene, i fidanzatini (lei in baby doll) scelgono un palazzo veneziano con finestre al primo piano, da lasciare spalancate. Abbiamo evitato le dichiarazioni di intenti, per non perdere la calma al minimo riferimento a “Romeo + Giulietta” di Baz Luhrman (già irrita “ambizione + gelosia + passione” sui manifesti). L’unica cosa vagamente riconducibile a Shakespeare sono i doppi sensi: “ti sei già intromesso abbastanza”, “mi avevi promesso un servizio”, “te ne farò più d’uno”.

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