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Tra i libri che cambiano la vita – in peggio, altre possibilità non si danno – va messo senz’altro “Nonluoghi” di Marc Augé (lo pubblica Eleuthera, se vi va di correre il rischio). Una volta letto, fa vedere non luoghi dappertutto, anche dove non ci sono, e poiché dietro il non luogo spesso sta in agguato la metafora, tocca vivere sempre con il patema. Quello che vediamo sullo schermo in un film di zombie è un supermercato o un totem del consumismo? Quella che vediamo in “Home”, primo film della regista svizzera Ursula Meier, è una semplice autostrada a quattro corsie senza neanche una macchina che si degni di percorrerla, oppure sta per qualcos’altro che ancora sfugge? E la casa costruita proprio di fianco all’autostrada, rappresenta se stessa o qualche altra diavoleria che scopriremo poi? Fortunatamente, l’autostrada si rivela un’autostrada senza risvolti filosofici, e nella casetta vive piuttosto felicemente una famiglia di quattro persone: la madre Isabelle Huppert, il padre Olivier Gourmet, un figlio maschio e una figlia femmina che fanno il bagno nella stessa vasca. I negozi sono un po’ scomodi, i vicini assenti (non è detto che sia un male, pensate a cosa succede tra condomini, nella cronaca e nella letteratura), nel prato tra la casa e le quattro corsie asfaltate che finiscono nel nulla trova posto qualche sdraio, una radiolina che fa compagnia, una piscinetta di plastica (in attesa di quella vera, che un papà dalle mani d’oro sta impermeabilizzando in tempo per l’estate). Primo brutto segno: la radio non riesce più a sintonizzare nessun programma. Secondo brutto segno: operai in tuta che spargono catrame e mettono guardrail, inquadrati dal basso come nei film di guerra si inquadra l’esercito occupante. L’autostrada sta per essere completata, di lì a poco cominceranno a passare le prime automobili. La famiglia osserva lo spettacolo dal divano, lancia le merendine cercando di scavalcare il fiume di auto, comincia a litigare e a soffrire per lo smog. Qui il nonluogo torna a colpire, e la metafora pure: ma ormai ai quattro, che non si ammucchiano più nella stanza da bagno e si tengono il muso l’un l’altro, siamo affezionati. La regista ha studiato su “Weekend” di Jean-Luc Godard e su “L’ingorgo” di Luigi Comencini: l’idea era buona, e del tipo che ai registi italiani non viene mai.

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