REVOLUTIONARY ROAD

Una finestra panoramica non potrà cambiare il nostro carattere”: la terribile frase concentra tutto lo strazio di “Revolutionary Road”, inteso come romanzo di Richard Yates (lo ha appena ristampato Minimum fax). In un sobborgo del Connecticut, April e Frank Wheeler stanno visitando una bella casa a due piani con l’agente immobiliare, che ovviamente ne vanta i pregi. Sono attratti dalla vista panoramica e nello stesso tempo la temono come il primo passo verso l’abisso: una vita uguale a quella dei vicini, fatta di barbecue, prato da tagliare ogni quindici giorni, pendolarismo per andare in ufficio a Manhattan, un figlio maschio e una figlia femmina. Loro si considerano diversi e migliori: lei vorrebbe fare l’attrice, ma arranca perfino nelle recite con la locale filodrammatica; lui fa “il lavoro più stupido del mondo”, di pomeriggio si porta a letto le segretarie e sogna la Parigi che ha visto da soldato durante la Seconda guerra mondiale da poco terminata. A leggere la frase vengono i brividi, nel film neppure la si nota. Giusto che uno sceneggiatore faccia come gli pare, rispettando però lo spirito. Richard Yates, lo dice più che chiaramente, aveva per modello “Madame Bovary” e l’occhio scorticante di Flaubert, poco benevolo verso Emma e le sue fantasie. Sam Mendes sembra indeciso. Ogni tanto soffre con i suoi personaggi e parteggia per loro. Ogni tanto se ne stacca, e fa capire allo spettatore che nessuno dei due muove un dito per diventare la meravigliosa persona che crede di essere, tranne ripetere ogni tanto: “A Parigi, a Parigi...” (se no, perché una finestra panoramica dovrebbe fare tanta paura?). Era stato molto più bravo in “American Beauty” , più o meno la stessa storia di insoddisfazioni suburbane, con Annette Bening agente immobiliare sposata a Kevin Spacey che andava in palestra per levarsi le maniglie dell’amore ormai inutili. Kate Winslet, moglie del regista, non ha avuto per questo film la candidatura all’Oscar (così non resterà senza parole, farfugliando frasi sconnesse, e non si farà prendere in giro dai quotidiani britannici). Non l’ha avuta neanche Leonardo DiCaprio, molto più bravo di lei in una parte poco donante da uomo con il vestito grigio. Unico candidato, Michael Shannon: matto in licenza premio, condotto per il té dagli strambi vicini che finalmente pensano: “Lui sì che ci capisce”.

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