AUSTRALIA

Aiuta un po’ di gusto per l’eccesso, Baz Luhrmann non è un regista che sappia trattenersi. La sua idea di realismo – come nei film degli anni quaranta e cinquanta – è una nave dipinta nel porto di Darwin ancora fresco di vernice, su cui caricare manzi che ora paiono veri, ma durante il trasferimento – quando davano problemi sull’orlo di un precipizio, resi furiosi dall’incendio appiccato nella notte dai cattivi – erano pixel di computer (e parevano anche più veri). Dopo la trilogia del sipario rosso (“Gara di ballo”, “Romeo + Giulietta”, “Moulin Rouge!”) eravamo molto preoccupati per il trasferimento del regista australiano nei grandi spazi. Sono bastate le prime immagini per tranquillizzarci: i paesaggi sono veri, lui li inquadra come se fossero scenografie teatrali. Eravamo anche più tranquilli dopo aver ascoltato lo stile di recitazione e i doppi sensi delle battute. Sarà anche il “Via col vento” made in Australia, ma certo il regista non fa sul serio: tutte le ingenuità e le assurdità sono astutamente calcolate, per fare il verso ai melodrammoni che furono. Quelli dove la ragazza povera e occhialuta e chignonata si procurava un vestito lungo, si scioglieva i capelli e faceva il suo ingresso al ballo, ammiratissima da chi prima non l’aveva degnata di uno sguardo. La parte tocca a Hugh Jackman, mandriano con barba lunga e una certa familiarità con le donne aborigene: “E’ facile andare d’accordo con loro” dice, mentre si abbassa i pantaloni con il pollice, mettendo in mostra gli addominali che ancora mancavano all’appello. Un attimo prima si era lavato a torso nudo, con una cura nell’insaponatura e nel risciacquo pari a quella di Robert Redford, quando in “La mia Africa” lava i capelli a Meryl Streep. Nicole Kidman – Lady britannica arrivata nell’Australia del nord tutta sola con decine di valigie, per capire cosa sta combinando il marito – cerca di distogliere gli occhi ma le riesce difficile. Al ballo, il mandriano si presenta sbarbato e con lo smoking bianco, sul primo bacio della coppia si aprono le cateratte del cielo. Con una simile cornice di eccesso e falsità, funzionano anche la voce narrante del bambino mezzo aborigeno in stile “Sì, badrone…”, lo stregone che appare e sparisce canticchiando i versi degli antenati, il ricordo delle “generazioni perdute”: bambini mezzosangue rapiti e allevati dai bianchi per estirparne la negritudine.

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