VUOTI A RENDERE

Tutto in famiglia. Il figlio Ian dirige, il padre Zdenek scrive la sceneggiatura e fa l’attore protagonista: i loro litigi, o divergenze artistiche, su “Vuoti a rendere” sono nel documentario “Tatinek”, che vuol dire “papà”, e che vorremmo a questo punto vedere, pur sapendo che il backstage di un film ceco ha poco mercato (per questo, ci permettiamo umilmente di suggerire, esiste internet, e si potrebbe pensare a scaricamenti legali e a pagamento). “Vuoti a rendere” completa la trilogia cominciata nel 1992 con “Scuola elementare”, che fu candidato all’Oscar, e proseguita con “Kolya”, premio Oscar per il film straniero nel 1996. Infanzia, vita adulta da puttaniere con bambino di cinque anni a carico (figlio di una perfetta estranea, il matrimonio serviva a non far tornare la ragazza in Unione sovietica) e pensionamento. Anticipato, perché il professor Joseph Tkaloun ha il vizio di strizzare una spugna bagnata sulla testa degli allievi indisciplinati, e sfiga vuole che il più discolo di tutti sia il rampollo di chi ha appena donato alla scuola un impianto sportivo. Gli altri pensionati lo annoiano, sono mezzi sordi e camminano a passettini. Nei confronti della moglie ha lo stesso atteggiamento di Jack Nicholson in “A proposito di Schmidt”: “Chi è questa vecchia che vive in casa mia?”. Finisce in un supermercato a ritirare le bottiglie vuote, in compagnia di uno che ha quasi ammazzato la consorte. I tempi e il ritmo sono da vecchia Europa, non da nuova Hollywood. Ma le dispute tra padre e figlio hanno prodotto una sceneggiatura piena di battute, a scongiurare i piagnistei. “Perché una donna della tua cultura guarda le soap?”, chiede il marito. “Hai mai stirato?” è la pronta risposta. L’uomo da “bentornato” – parole sue, ma la moglie non è dello stesso parere, lo vorrebbe meno attratto da una signorina con strani segni sulla pancia nuda – porta la spesa alle vecchiette e dà lezioni su come trattare le donne. Con molto più successo di quel che aveva tra i banchi spiegando le poesie: il corteggiatore respinto torna nel retro del supermercato con la faccia beata, sussurrando “Mi ha mandato a quel paese, è stato fantastico”. Una serie di fantasie erotiche da scompartimento ferroviario, con la collega di matematica – la stessa con cui discuteva a scuola dei sonniferi che non fanno più effetto – più qualche altra cliente carina. Gran finale in mongolfiera.

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