WALL-E

Il robot spazzino Wall-E ha imparato l’arte del corteggiamento al cinema, guardando “Hello Dolly”. Quindi regala alla bella EVE – che come in tutte le storie d’amore rispettabili al primo incontro lo vuole morto – un ritratto fatto con i rifiuti, una lampadina, lucine da albero natalizio, plastica da imballaggio con le bolle. Poiché l’avanguardia vera ormai riesce soltanto ai film popolari, buona metà del film è praticamente muta. E nel resto non è che si parli granché, sono soprattutto rumori, e versacci o versetti da robot, firmati da Ben Burtt, l’uomo che ha fatto sibilare la frusta di Indiana Jones e respirare Alien. Ma Wall-E è come il topo Rémy di “Ratatouille”: binocolo al posto degli occhi, pinze al posto delle dita, cingoli per muoversi sui terreni accidentati (quando rientra nel suo garage per dormire se li toglie e li appende al muro), ma più facce e comunicativa di quante ne avesse Marcello Mastroianni. Dirige l’audace e geniale regista di “Alla ricerca di Nemo”. Avanspettacolo: un coniglio dispettoso che non vuole collaborare con il mago. Nei titoli di coda, la storia del mondo incrociata con la storia dell’arte. Da sballo.

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