STELLA

Niente in un film mi esaspera di più che vedere una scena al caffè mal riuscita”. La regista Sylvie Verheyde sa di cosa parla: in un caffè parigino frequentato da operai è cresciuta. Proprio come Stella, la ragazzina del film. Nel 1977, voleva dire fumo di sigarette, juke box con le canzoni di Eddy Mitchell e Sheila (più avanti ascoltiamo anche “Ti amo” di Umberto Tozzi, ballo da mattonella alla festa delle undicenni), avventori ubriachi, una padre e una madre che si fanno le corna tra la macchina del caffè e le bottiglie di Pastis, clienti fissi che firmano le giustificazioni al posto dei genitori (non parliamo degli orari, poco adatti allo studio, del rumore quando si fanno i compiti, delle stanza al piano di sopra dove sono alloggiati i barboni con il sussidio). Stella si presenta in classe – prima media, scuola media parigina chic – con il pallone da calcio sottobraccio, e una serie di competenze che a lei sembrano importanti, ma fanno storcere il naso alle sue compagne ricche. Vale lo stesso per il collo di lapin che le orna il cappottino: “Che schifo!” dicono in coro. “So tutto sul campionato, sul sesso, sui cocktail, sulle persone di cui mi posso fidare”, dice Stella con la voce fuori campo. Per una volta non fastidiosa, usata benissimo, fatta scomparire man mano che la ragazzina smette di riflettere da sola e fa amicizia con Gladys, figlia di ebrei argentini, e pure psicoanalisti, con una casa da sballo piena di libri. L’unica, capelli rossi e guance pienotte, che non la guarda dall’alto in basso. Negli altri banchi sono tutte bionde, e paiono uscite da “La casa nella prateria” (ormai le serie, come le canzonette, sono più spietate dell’anagrafe). Stella capisce che la scuola sarà il suo ascensore sociale, che un’occasione così non le capiterà più, e dopo le prime botte cocciutamente fa di tutto per riuscire. Anche se certi meccanismi le sfuggono, mentre i professori si rivolgono con il voi alle undicenni. Le scene nel retrobottega del caffè sono strepitose e realistiche (tra i dropout su cui Stella può contare, lo sfortunato Guillaume Depardieu). Come le scene scolastiche, e la ragazzina ricca che festeggia il compleanno con la coroncina in testa. Tutte da godere. Con un divertimento in più per chi ha visto Giù al nord: il paese degli ch’tis senza le lenti rosa di Dany Boon. Stella ci va per le vacanze, e lo descrive così: “C’è un orfanotrofio, un ospedale, un manicomio, e molti passano da tutti e tre”.

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