LA FELICITA’ PORTA FORTUNA – HAPPY GO LUCKY

Ha avuto la Palma d’oro a Cannes, per “Segreti e bugie”. Ha avuto il Leone d’oro a Venezia, per “Il segreto di Vera Drake” (“Vera Drake” e basta nell’originale, il nome della mite signora che indossava cappottino e cappello, usciva di casa come per comprare la carne con la tessera annonaria, aiutava le donne ad abortire). Per “La felicità porta fortuna” avrebbe meritato l’Orso d’oro all’ultima Berlinale. Niente da fare: la giuria gli ha preferito “Tropa de Elite”, il violento (tele)film del brasiliano José Padilha che nessuno già ricorda più. Così impara a girare un film che mette di buonumore, dopo essere stato molto lodato per il suo sguardo sociale alla Ken Loach. Così impara a scegliere un’attrice bruttina e simpatica, che ricorda la giovane Rita Tushingham, presenza fissa nel miglior cinema britannico anni Sessanta, da “Sapore di miele” di Toni Richardson a “Non tutti ce l’hanno” di Richard Lester. Sally Hawkins – nel film si chiama Pauline detta Poppy –  fa l’insegnante, ha un problema alla schiena, infila petti di pollo nel reggiseno per simulare le tette, nella prima scena cerca di attaccare bottone con un proprietario di libreria (ma lui niente, non dice neppure una parola, la guarda malissimo, forse la prende per matta, o almeno per ladra). Quando le rubano la bicicletta, furto solitamente foriero di grandi strazi cinematografici, prende lezioni di guida dal più antipatico degli insegnanti. Uno che battezza lo specchio retrovisore con il nome di Enraha, un angelo caduto prima di Lucifero, e pretende che l’allieva faccia altrettanto. Poppy arriva con i tacchi alti, cerca di smontarlo con una risata, ne ricava una lezione sul triangolo magico formato dai tre specchietti. Poi arriverà una maestra di flamenco, furiosa perché dalle arance di Siviglia gli inglesi ricavano una marmellata secondo lei immangiabile. Poppy non ha una vita particolarmente felice, ma può contare su un’allegria contagiosa. Sembra che Mike Leigh sia tornato agli inizi della carriera, quando in “Belle speranze” raccontava gli anni di Margaret Thatcher senza bisogno di aggiungere un messaggio a ogni scena. Sapeva mettere alla berlina gli arricchiti soltanto scegliendo bene l’arredamento di casa. Mostrava le vecchiette strapazzate dai figli per un pisolino in poltrona durante la propria festa di compleanno.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi