IL COSMO SUL COMÒ

Due episodi, più originali degli altri, valgono il prezzo del biglietto. “L’autobus del peccato”, ambientato in parrocchia, e “Falsi prigionieri”, in un museo-maniero con scala a chiocciola infestato da un clone di Harry Potter in cerca della porticina segreta (che al contrario dell’entrata al binario nove e tre quarti gli procurerà un gran bernoccolo in fronte). Il primo ha per modello la commedia all’italiana che fu, un po’ meno cattiva perché di Alberto Sordi e anche del Carlo Verdone prima maniera, si è persa la razza. Il secondo aggiunge un tocco di surrealtà con i quadri parlanti e corteggianti (e arriva alle pernacchie, punto massimo di volgarità qui raggiunto). Negli altri episodi siamo chiamati a ridere sulle suocere grasse e gli insegnamenti zen, sempre utili come razioni di sopravvivenza in mancanza di provviste più fresche. Nell’ultimo segmento, dovremmo ridere sugli “spermatozoi stanchi, pigri e poco motivati”: così dice la spietata dottoressa Angela Finocchiaro, nel suo secondo ruolo medico dopo “Amore bugie e calcetto”. Non è che i direttori del casting sono un po’ pigri? Non è che sono un po’ pigri anche gli sceneggiatori? Ormai non c’è film di regista italiano – da Corsicato a Moretti passando per Giovanni Veronesi – che non paghi pegno alle complicanze del concepire. Mai però copiando i campioni veri: per esempio Billy Crystal, che in “Forget Paris” porta a casa lo sperma appena ritirato alla banca e premurosamente appoggia il vasetto nel sedile vicino a lui allacciando la cintura di sicurezza (l’epidemia contagia anche i francesi, “Baby Love” è lì per dimostrarlo). Non vogliamo neanche pensare che si tratti di un modo per far sapere al mondo “siamo comici impegnati”. Molto meglio il pretino che spiega: “La Svizzera non è più un paradiso fiscale”. “E tu come lo sai?” chiede il sacrestano che fa la cresta ai soldi della questua (in grembiule nero visto l’ultima volta addosso agli impiegati nel “Posto” di Ermanno Olmi, mancano solo le mezze maniche). Risposta: “L’ho imparato dalle confessioni”. Fotografia e produzione molto superiori alla media nazionale, stratosferiche rispetto ai panettoni. Regia molto migliorata rispetto ai precedenti, ma ancora senza guizzi. Finalmente una major italiana – la Medusa – scherza con il proprio logo (testa con riccioli di pellicola) come fanno la Warner o la Paramount.

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