TORNO A VIVERE DA SOLO

Lo dico? Lo dico?” chiede Jerry Calà. “Sì, ma una volta sola”, risponde Enzo Jacchetti. Stanno sotto un tavolo di design – la gamba con calza a rete, scarpa con il tacco e giarrettiera. Jerry Calà abbraccia la gamba del tavolo, guarda in macchina, e finalmente lo dice: “Libidine”. Il resto dell’arredamento – “Arancia meccanica” rivista da un architetto gay brianzolo, unica esperienza il loft del Grande Fratello – comprende un lavandino a forma di culo femminile (sarebbe “doppia libidine”, ma il regista e attore resiste alla seconda citazione), un bagno con veneziana anti-guardone (appena ti siedi sulla tavoletta del cesso, la vetrata che dà sul resto dell’appartamento si oscura), e una cucina Star Trek che si richiude mentre il cuoco butta la pasta. Jerry Calà, piantato dalla moglie appassionata di scarpe per un antico flirt con la cassiera, torna sul luogo del delitto: la casetta da scapolo, stavolta senza Marco Risi alla regia. Purtroppo sono passati sedici anni, i figli sono grandi e banali, gli sponsor si moltiplicano, le battute e gli equivoci sono vecchierelli, serve il Viagra anche allo sceneggiatore.

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