COME DIO COMANDA

Premessa necessaria e piena confessione. A giudizio di chi scrive, “Come dio comanda” di Niccolò Ammaniti sta tra i (pochi) bei romanzi italiani degli ultimi anni. Tanto riuscito che, quando nel 2007 vinse lo Strega, si levò un coro di lamenti: per la dose di pulp e violenza, perché Ammaniti non era più lo stesso di “Io non ho paura”, perché il lettore girava le pagine velocemente per sapere “come va a finire”, e dunque il critico sognava di vietarne l’acquisto (si comincia a leggere per divertirsi, signora mia, e chissà dove andremo a finire), perché aveva una bella trama  e tanti personaggi. Anche dopo la sforbiciata necessaria per ridurre le 500 pagine a un’ora e quaranta di film, restano abbastanza personaggi e abbastanza trama, per far sì che “Come Dio comanda” non abbia tempi morti. E’ la prima buona notizia. La seconda, è che il film sfugge al déjà vu che affliggeva, per esempio, “Io non ho paura”, per non parlare dei baffi, delle canottiere, delle sottovesti, delle spighe di grano che ne facevano una pellicola da esportazione. Qui piove quasi sempre. Nella notte che fa incrociare i destini del ragazzino Cristiano, di suo padre Rino, di Quattroformaggi lo scemo del villaggio (se un villaggio ci fosse, da quelle parti) e della ragazzina Fabiana si aprono le cateratte del cielo. Il bosco già spaventosamente cupo diventa un pantano. Un i-Pod tutto rosa e cuoricini sta dentro la pozzanghera, nella stessa posa dell’orsacchiotto sulle macerie della guerra, o del giocattolo abbandonato sulla corsia dopo uno scontro frontale. Detto questo, e parlando del film a prescindere dal romanzo (vuol dire: senza l’occhio benevolo del lettore che già conosce i personaggi, e trova che il presepe di Quattroformaggi, con i Pokemon e i Puffi, sia una bella invenzione), resta qualche problema. La musica dei Mokadelic, per esempio, esageratamente Sturm und Drang fin dall’inizio, una tortura per le orecchie e un insulto all’intelligenza dello spettatore. La recitazione di Elio Germano, sempre del tipo: “Guarda Elio Germano come fa bene il matto”, e mai “guarda quel povero pazzo”. L’omaggio buonista agli incidenti sul lavoro e al precariato, mentre il romanzo di Ammaniti la butta sul grottesco tarantiniano. Il mite assistente sociale: nel romanzo, più rampante, legge Gesù come manager e ascolta cd con suoni di delfini mixati al pianoforte.

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