IL GIARDINO DI LIMONI – LEMON TREE

Volendo fare il verso a una canzonetta anni Sessanta – con il messaggio come poche, non per nulla era intitolata “Proposta” – sarebbe stato bello scrivere sul manifesto “Mettete limoni nei vostri cannoni”. Accade infatti che il ministro della Difesa israeliano elegga a propria dimora una bella villa, confinante con il giardino di limoni che una vedova palestinese coltiva per unico sostentamento e in memoria dell’amato marito. Guardie del corpo e servizi segreti sono in allarme: nella limonaia può entrare chiunque con una bomba. Non bastano le torrette con giovane sentinella (assai distratta: se ne sta, per tutto il film, a compilare un interminabile test di cui ascoltiamo solo le assurde domande). Bisogna sradicare le piante, sennò alla scorta verrà un infarto a ogni annaffiatura o potatura. (Saranno invece utilissime quando gli addetti al catering, il giorno dell’inaugurazione, dimenticano proprio i limoni, e i bodyguard con l’auricolare vanno a staccarli dagli alberi). Alla proprietaria Salma Zidane viene offerto un risarcimento, che lei sdegnosamente rifiuta: sono cinquant’anni di fatiche, come conferma il rugoso contadino, c’è il valore affettivo. Unito a parecchia ostinazione, e a un po’ di astio verso i nuovi arrivati che in nome della ragion di stato disprezzano i limoni in salamoia (per la ricetta: star molto attenti durante i titoli di testa). Nella parte della vedova, l’attrice Hiam Abbas, che ha un ruolo molto simile in “L’ospite inatteso” di Tom McCarthy. Per i ruoli con sfumature etniche il casting che omaggia gli stereotipi funziona sempre alla grande: la vedova palestinese deve avere lo sguardo intenso e i capelli scuri, deve essere sempre un po’ spettinata, e chiedersi – quando qualcuno bussa alla porta – se indossare il velo oppure no. “Le israeliane sono sempre molto curate”, osserva invece l’avvocato che l’aiuta nella lotta per conservare il giardino, sbirciando la giovane moglie del ministro sulla terrazza della villa accanto. Seguono cause e ricorsi, fino alla Corte suprema. Mentre la stampa ci mette del suo per riscaldare gli animi, e le due donne si guardano da una casa all’altra, con curiosità e pacifismo. Eran Riklis aveva girato “La sposa siriana”, storia di un matrimonio che non si poteva fare per mancanza di un timbro, e perché la sposa – con il velo e damigelle – era prigioniera della terra di nessuno.

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