PALERMO SHOOTING

Dopo i fischi a Cannes, il meno interessante tra registi tedeschi anni 70 ha tolto 16 minuti da “Palermo Shooting”. Resta il titolo, con polveroso doppio senso per cinefili. “To shoot” vuol dire girare, nel senso della macchina da presa, e anche prendere di mira, nel senso delle armi: se per vostra fortuna siete nati con internet e i videogiochi, non immaginate quanti cervelloni hanno preso la coincidenza così sul serio da scriverci dei saggi (oggi, quando un regista ripete il concetto, un brivido di piacere serpeggia tra i giornalisti colti). Rainer Werner Fassbinder è morto, Werner Herzog coltiva la sua vena di follia, Wim Wenders ricicla idee ammuffite e la sua collezione di CD. Dice di aver rimontato il film perché gli fu strappato di mano a metà cottura: o sono bugie pietose e autoindulgenti (trovare un film con meno ambizioni e qualche risultato era facilissimo), oppure anche il direttore Thierry Frémaux subisce il fascino del venerato maestro. Eravamo rassegnati alle critiche osannanti: “Palermo Shooting” non è il primo suo film inguardabile, su “Paris, Texas”, “Alice nelle città”, “Nel corso del tempo” invochiamo da tempo un sano revisionismo. Invece, ravvedimento tardivo, i fischi alla proiezione stampa sono stati confermati dalle critiche feroci. Non abbiamo visto la versione accorciata; sappiamo però che è finita sul pavimento della sala di montaggio la scena con Leoluca Orlando: in tedesco spiegava due o tre cose da sapere su Palermo, rubate al “Gattopardo”. Dubitiamo che il film fosse rammendabile, nonostante la presenza (sedicente carismatica, ma il poveretto ha sempre lo stesso maglione e gira per la città in preda ai colpi di sonno) di Campino, front man del gruppo Toten Hosen. Fotografo in crisi: ha scoperto che le fotografie si possono ritoccare al computer. E allora, signora mia, dove mai starà la realtà? E in questi tempi postmoderni, esiste ancora una realtà? La domanda se l’era già fatta nel 700 il caro e vecchio Berkeley. Se la fecero anche i contemporanei di  Arthur Conan Doyle, quando gli videro prendere sul serio il fotomontaggio di due ragazzine, con le fate di cartapesta. Inutile, comunque, cercare la risposta corteggiando Giovanna Mezzogiorno davanti al Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis.

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