TONI MANERO

A Cannes scattò il passaparola, come era successo qualche anno prima con “Amores Perros” di Alejandro Inarritu. In effetti i due film hanno qualche somiglianza. Raccontano, con la fotografia più spenta e triste consentita dalla tecnica senza impastarsi nel tutto grigio o nel tutto nero, cupe storie dell’America Latina. Il direttore della fotografia di “Amores Perros”, con qualche soldo in più, avrebbe potuto far accendere qualche altra luce, fermo restando che le tre storie erano l’equivalente di tre pugni nello stomaco. Qui non si poteva fare altro: le uniche luci e gli unici colori si vedono quando il protagonista Raul Peralta riesce finalmente ad andare in televisione. Qualche scena, nota The Hollywood Reporter, è fuori fuoco, non si sa se per raffinatezza, distrazione, luci che riducono la profondità di campo. Cercano un sosia di Tony Manero nella “Febbre del sabato sera”: Raul sa i dialoghi e i passi a memoria, da tempo attende la sua occasione. Siamo nel Cile del 1978, sotto Pinochet. C’è il coprifuoco, si beve solo Fanta, si discute con la sartina se i pantaloni bianchi (accoppiati alla camicia nera, il film con Travolta era molto divertente, ma dal punto di vista vestimentario provocò gravi danni, vanno messi in conto anche gli stivali con il tacchetto) devono avere uno oppure due bottoni. Il cinquantenne si esercita quasi sempre in mutande bisognose di bucato e nuovi elastici, guarda con odio il rivale più giovane (la vendetta sarà atroce, sul completo candido), cerca le piastrellone di vetro necessarie al numero. Ma l’inflazione va alle stelle, tutto costa sempre di più, nel localaccio che fa da palestra si distribuiscono volantini contro Pinochet, all’insaputa del proprietario. L’attore Alfredo Castro è molto bravo, verrebbe voglia di vederlo in una parte meno estrema. Picchia e deruba le vecchiette, dopo averle salvate da un rapinatore in strada. Fa l’amore con i calzini (e l’abbigliamento non è l’unica pecca). “Toni Manero” funziona meglio quando il regista, all’opera seconda, si concentra sulla storia da raccontare (l’idea che la dittatura rende cinici e disumani viene ribadita troppe volte). Meglio la scena in cui il ballerino, all’ostinata ricerca della perfezione, fabbrica un’autarchica palla da discoteca, fracassando uno specchio e incollando i pezzetti su un pallone da calcio.

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