LA BANDA BAADER MEINHOF

Aria di superiorità e sopracciglio alzato, per liquidare un bellissimo film che – assieme a “La caduta” di Oliver Hirschbiegel e “Le vite degli altri” di Florian Henckel von Donnersmarck – racconta due o tre cose da sapere sul Novecento tedesco. Chi lo accusa di “superficialità nel raccontare le contraddizioni politiche interne e internazionali” (frase letta sul Corriere della Sera una settimana fa, non in una rivendicazione rivoluzionaria degli anni Settanta). E chi lo accusa di celebrare i terroristi, più bellocci nel film di Uli Edel che nelle foto segnaletiche. Protesta di Bettina Roehl, figlia di Ulrike Meinhof (la madre guerriera voleva mandarla in un campo profughi assieme agli orfani palestinesi, il padre la rapì all’ultimo momento): “Li state facendo diventare degli eroi”. E la signora Ponto, moglie del banchiere ucciso dalla Raf, restituisce un’onorificenza ricevuta. Ovviamente basta darsi la pena di vedere il film per mettere le cose a posto. I fidanzati diabolici Esslin e Baader appaiono per quel che erano: gente fuori di testa. Si sapeva allora, e con il senno di poi le cose risultano anche più limpide. Siamo a Berlino, nel 1967. Arriva in visita lo Scià di Persia, gli studenti lo contestano e lo chiamano “assassino”. Un gruppo di iraniani manifestanti all’improvviso usa manici dei cartelli per dar legnate ai contestatori. Menare non è un bel gesto, sotto gli occhi dei poliziotti che restano impassibili. Nei disordini verrà ucciso uno studente, e le anime belle dicono che in quel momento i bravi ragazzi pensarono seriamente alla lotta armata. Lo spettatore, che sa cosa è successo in Iran dopo la cacciata dello Scià, tira le sue conclusioni. Come “Gomorra” di Matteo Garrone (uno dei suoi rivali per l’Oscar destinato al film straniero), “La banda Baader Meinhof” non vuole indottrinare ma mostrare: racconta una storia, il più fedelmente e avventurosamente possibile (dove “avventurosamente” non si applica alle gesta dei terroristi, ma al mondo che il regista sceglie per raccontarle), e lascia allo spettatore il compito di ricavarne – se ne ha voglia – una morale. Cose da sapere. I genitori di Gudrun Esslin erano due pazzi. I terroristi a Stammheim avevano celle con cuscini, scrivanie, radioline, possibilità di incontrarsi per il tè (su questo punto, che allo spettatore pare di pura fantasia nessuno ha avuto da ridire). Fu suicidio collettivo.

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