HAÏTI CHÉRIE

La dura vita nei “batey” della Repubblica dominicana. Sono le piantagioni di canna da zucchero dove lavorano soprattutto immigrati haïtiani, in cerca di un inferno che sia un po’ meno inferno di quello patito al di là del confine. Tutta colpa di Cristoforo Colombo, ovvio, il perfido colonizzatore che aveva trovato luoghi paradisiaci, abitati da popolazioni felici, e li ha rovinati per sempre (si comincia prendendo possesso di un’isola e ribattezzandola Hispaniola, si finisce con due repubbliche indipendenti che si combattono). Prima che Colombo arrivasse con le maledette caravelle, attorno al batey –  inteso allora come piazza per i giochi e le cerimonie – le famiglie costruivano le loro capanne. La gente viveva in pace e allegria, o almeno così sostengono quelli convinti che l’occidente abbia sempre torto. Dal ragionamento si ricava che sono stati gli europei a inventare la guerra (e prima ancora, presumibilmente, i litigi tra vicini di capanna), pratica sconosciuta alle popolazioni precolombiane. Ma tant’è. Se il regista ha deciso che dobbiamo sapere quanto sangue c’è dietro lo zucchero che mettiamo nel caffè ogni mattina, e conoscere le turpitudini che avvengono a mezz’ora dalle spiagge dove i turisti prendono il sole, e per farlo porta pezze d’appoggio, al massimo possiamo decidere di andare a vedere un altro film. O sperare che la delicata materia non venga trattata in modo ricattatorio (cosa che non sempre succede). O dire al regista che, fatti salvi “gli omicidi e i maltrattamenti, le espulsioni di massa e il flagrante sfruttamento”, forse la battaglia andrebbe combattuta nelle sedi appropriate. La prende più alla leggera un altro film uscito in pochissime copie, quindi in pochissime sale, titoli che guadagnerebbero molti spettatori se fosse possibile lo scaricamento legale da Internet. Si intitola “Billo – Il Grand Dakhaar”, lo ha diretto Laura Muscardin, racconta la storia di un sarto diplomato che arriva in Italia dal Senegal con l’intenzione di diventare stilista. Gliene capitano di tutti i colori, mentre la cugina rimasta in patria lo aspetta per convolare a nozze, con la benedizione del locale marabout. Il protagonista (e qualcosa di più, la sceneggiatura ruba parecchio alla sua vita) si chiama Thierno Thiam. Youssou N’Dour fa l’arrangiamento di “Barcarolo romano”, che diventa “Borom Gaal”.

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