THE ORPHANAGE

Ogni tanto viene il dubbio: ma la gente paga volentieri il biglietto per film di cui fatica a pronunciare il titolo? Passi per “Quantum of Solace”, l’ultimo 007, che comunque viaggia con il numero, o con il nome di Bond, James Bond. Lingua straniera per lingua straniera, tanto valeva lasciare l’originale: “El Orfanato”. O lanciarsi, dopo aver consultato il dizionario, nella traduzione. Dopotutto, “L’orfanotrofio” è un gran bel titolo per un film dell’orrore con fantasmi alti un metro o poco più, e un’ex bambina ormai cresciuta che torna nel luogo della sua infanzia – felice, nonostante l’istituzione quasi totale, lasciata quando una coppia decide di adottarla – per riaprire la casa e ospitarci qualche bambino disabile. Laura ha un figlio di sette anni, Simon. Appena arrivato, si mette a giocare con un amico immaginario (passerà, dicono gli psicologi). Poi gli amici immaginari diventano tanti: uno si presenta al compleanno con un sacco dipinto che gli nasconde la testa (sembra la versione infantile del Thomas Pynchon che si aggira in una puntata dei Simpson nascondendo il volto in un sacchetto di carta con i buchi), altri organizzano sinistre cacce al tesoro. Si appropriano di un tuo oggetto, e quando vai a rimetterlo al suo posto ne trovi un altro, poi un altro ancora, in una catena che conduce là dove non vorresti mai arrivare. Prodotto da Guillermo del Toro (ma molto diverso dal “Labirinto del fauno”, con i suoi mostri baroccheggianti), diretto dal debuttante Juan Antonio Bayona (dopo che la sceneggiatura di Sergio G. Sanchez è stata perfezionata al Sundance Lab), “The Orphanage” ha vinto sette premi Goya, paragonabili ai nostri David di Donatello. E conferma che gli spagnoli ci sanno fare con l’orrore. “The Others” di Alejandro Amenabar (assieme al “Sesto senso”) senza trucco e senza inganno ha dato una scossa al genere, per il resto praticato soprattutto dagli orientali, con i loro fantasmi rancorosi e spettinati. Questo non arriva a tanto, ma spaventa il giusto, senza sangue e cervelli spiaccicati. Bastava togliere la lunga scena con la tecno-medium Geraldine Chaplin, e sarebbe stato perfetto (serve soltanto per farle dire “non si deve vedere per credere, si deve credere per vedere”). Tra lo scetticismo generale, Laura cerca il figlio sparito, imbattendosi nella più orrenda assistente sociale vista al cinema.

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