SI PUO’ FARE

Piccolo e personale antefatto. Capitò di scrivere, durante la mostra di Venezia, che ai festival avremmo voluto vedere “Più Dino Risi e meno Antonioni”. Perché sorbirsi certi film d’arte e cultura, buoni solo per soddisfare il narcisismo di registi e critici, quando poi – complice la retrospettiva – scopriamo che “La cuccagna” di Luciano Salce racconta l’Italia meglio di Pier Paolo Pasolini? Capitò di essere bacchettati sulle dita dal maestro unico Gian Luigi Rondi, che aveva trovato nello slogan qualcosa di fascisteggiante. Torniamo alla carica, esponendo impavidamente le ginocchia ai ceci, disposti perfino ad andare dietro la lavagna con le orecchie d’asino, perché lo stesso slogan ora abbiamo voglia di scriverlo sugli striscioni. Al Festival di Roma, “Si può fare” di Giulio Manfredonia era fuori concorso. In concorso c’erano “L’uomo che ama” di Maria Sole Tognazzi, “Gentiluomini” di Edoardo Winspeare, e “Il passato è una terra straniera” di Daniele Vicari, tutti molto più ambiziosi e assai meno riusciti. Spacciato come un film poetico sui matti - mentre Claudio Bisio rilascia le solite dichiarazioni automatiche sul fatto che “la legge Basaglia è un punto di non ritorno, un diritto acquisito come l’aborto, una conquista di civiltà” - è molto meglio del suo attore protagonista. E’ ben scritto, ben recitato, passa dalla commedia alla tragedia, ha un gruppetto di malati mentali ben messo a fuoco (e meno banale della corte dei miracoli schierata da registi con più pretese). Un sindacalista, cacciato perché negli anni Ottanta ha osato pronunciare la parola mercato, viene messo a dirigere la cooperativa 180 (come la legge). Gli schizofrenici addetti al parquet fanno un bel pavimento con la stella delle Br nel locale modaiolo (“dove l’avete vista?” “sul muro”, risponde un matto più lucido degli altri). L’architetto se ne innamora, ne ordina altre otto uguali. Lo psichiatra basagliano Giuseppe Battiston procaccia puttane ai suoi pazienti, e pretende che abbiano la partita Iva (i soldi sono un contributo della Comunità europea, servono pezze d’appoggio). “Il passato è una terra straniera” – dal romanzo (sedicentemente) dostojevskiano di Gianrico Carofiglio – mostra invece Chiara Caselli casalinga barese che accoglie l’amante mattutino come a Peyton Place: vestaglietta semiaperta, calice di vino in mano, ciabattine con il tacco. A voi la scelta.

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