UN ALTRO PIANETA

E’ bello farsi sorprendere dal cinema italiano, dopo tante delusioni procurate da film che sbarcano ai festival in pompa magna. Quest’anno abbiamo già avuto “Pranzo di ferragosto”: le simpatiche vecchiette dirette da Gianni Di Gregorio, premio opera prima a Venezia con i complimenti sinceri del regista Abdellatif Kechiche (che sullo stesso palco fu umiliato quando presentò “Cous Cous”) e un budget di 500.000 euro. Ora, con il ridicolo budget di 970 euro – post-produzione esclusa, stampare le copie sarebbe costato assai di più, ma comunque il film era pronto per essere sottoposto a un festival, e puntualmente escluso dal concorso – arriva “Un altro pianeta”. Lo ha diretto, scritto (in collaborazione con Antonio Merone) e fortemente voluto Stefano Tummolini: collaboratore di Ferzan Ozpetek per “Il bagno turco”, traduttore di Gore Vidal, Thomas Hardy, Guillermo Arriaga, docente alla scuola Holden, firmatario di un racconto per l’antologia gay Mondadori “Men on Men” e di un romanzo uscito da Barbera Editore, “La guerra dei sessi”. Sinceramente: non il tipo di biografia che manda a mille l’entusiasmo. Altrettanto sinceramente: “Un altro pianeta” è un bel film, abbastanza per mettere voglia di leggere il romanzo. E prima di tutto, è un film. Dove per film intendiamo: situazioni e drammi che possono capitare a tutti, personaggi credibili, dialoghi non banali, spiegazioni al minimo, benvenute le svolte o le sorprese prima della fine. Nella prima scena due uomini fanno sesso tra le dune (tra sconosciuti, ma l’azione è fuori campo), nella seconda c’è un full frontal maschile – a meno che non lo abbiano tagliato per motivi di censura. Sapute le parti scabrose, che tutti vi racconteranno, resta la bravura con cui viene raccontato il pomeriggio a Capocotta di un giovane e muscoloso poliziotto scaricato dal fidanzato. Il suo incontro con un gruppo di ragazze che chiedono aiuto per piantare l’ombrellone, leggono libri Adelphi e fanno test sulla seduzione intergalattica. Il suo interesse per un ragazzetto da spiaggia che sembra la reincarnazione di Tadzio in “Morte a Venezia”: costume a righine con inserto strategico, collanina di bakelite in tinta con il calzoncino, chignon. La recitazione non sempre è perfetta, il montaggio neppure. Ma dimostra che, in presenza di idee, basta risparmiare sulla paghetta per tirarne fuori un film.

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