LA TERRA DEGLI UOMINI ROSSI - BIRDWATCHERS

Fazendeiros che fanno agricoltura transgenica contro indios che rivogliono indietro le loro terre. Uomini bianchi che sorseggiano champagne a bordo piscina e uomini rossi che non hanno di che sfamarsi e dove cacciare. Ragazzine che appendono costumi da bagno là dove gli indigeni vanno a dir le preghiere (“è il mio cellulare per parlare con Dio”, spiega l’aspirante sciamano alla fanciulla che, nonostante la piscina privata, si ostina a fare il bagno nel fiume melmoso, in corrispondenza del luogo sacro). Il fardello dell’uomo bianco – “Fatichiamo su questi campi da generazioni”, spiega il proprietario terriero, che ha appena arruolato Claudio Santamaria come spaventapasseri umano – e chi si guadagna qualche soldo facendo la comparsa per i turisti: corpi e facce pitturate, lance o altri rudimentali attrezzi, fingono di sbrigare le loro faccende mentre gli europei passano in canoa, giusto per far rivivere gli zoo umani che attiravano le folle fino agli anni Venti del secolo scorso. Poi si struccano, si infilano jeans e scarpe da ginnastica comprate al mercato – leggi: il punto di non ritorno della colonizzazione culturale – e sono tanto abbacchiati che finiscono per suicidarsi. Le mucche sono nemiche e vengono maledette perché calpestano terre non loro, le cameriere sono trattate da traditrici, la disinfestazione dei terreni perennemente accompagnata da brani di musica barocca composti da Domenico Zippoli a uso degli indigeni, giacché i missionari pensavano a tutto (vi ricorda nulla? Neanche il buon odore del napalm di mattina e la Cavalcata delle Valchirie?). Marco Bechis – regista di “Garage Olimpo” e “Hijos” – leva il suo grido di dolore contro “il più grande genocidio della storia”, e apre una sottoscrizione per i Guarani-Kaiowà del Mato Grosso, costretti dal governo brasiliano nelle riserve. Spiega che i giovani delle rispettive tribù sono più curiosi gli uni degli altri rispetto agli anziani (curiosità perlopiù sessuale, si ricava vedendo il film, che al Festival di Venezia sta nella rosa dei premiabili, salutato da lunghi applausi commossi). Noi, che siamo un po’ più cinici e non troppo dispiaciuti che sull’isola di Manhattan, acquistata dai nativi americani per una manciata di perline, risplendano le mille luci di New York, non abbiamo versato neanche una lacrima. E ora attendiamo sereni la lapidazione.

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