PRANZO DI FERRAGOSTO

Avete presente Tatie Danielle nel film girato da Étienne Chatiliez una ventina d’anni fa? Fingeva di essere rincoglionita (a volte anche incontinente) per far disperare il parentado, seviziarlo, farlo sentire in colpa (sul manifesto, dai capelli bianchi spuntavano due cornetti piuttosto sinistri). Accudita da una badante punkettona, si alleava con la ragazza contro la generazione di mezzo. Eravamo ormai rassegnati a dover sopportare nonne all’italiana – quelle che nei libri di Susanna Tamaro insegnano ad andare là dove ti porta il cuore, riversando addosso alle nipoti la saggezza maturata attraverso gli sbagli – quando abbiamo visto il magnifico film di Gianni Di Gregorio. Regista debuttante (dopo aver lavorato insieme a Matteo Garrone, che qui figura come produttore) nonché figlio unico di madre vedova. Sceneggiatore e anche attore nel film (“ci vorrebbe un tipo sui sessanta, con un debole per il vino, e l’aria abbacchiata” si diceva in fase di casting e tutti guardavano nella sua direzione, finché si è rassegnato a far la parte di se stesso, in una sceneggiatura secca e stringata, quasi iperrealistica). Capita che il protagonista, non più giovanotto, debba accudire la madre novantenne in un appartamentino modesto, mentre la città si svuota per il ferragosto. Capita che ci siano gli arretrati delle spese condominiali da pagare, e che l’amministratore proponga un cambio merce, dove per merce intende l’anziana madre, bisognosa di un luogo dove trascorrere la festa (lui ha altri programmi). Perché non parcheggiarla assieme all’altra vecchietta, giusto per un paio di giorni? Film da vedere subito, perché esce in poche copie rispetto agli altri titoli veneziani. Film da applaudire senza riserve (a dispetto del finale un po’ tirato via, ma si capisce che erano finiti i soldi, mentre l’inizio parte alla grande), perché punta su una bella idea, è stato girato con un budget risicato e attrici non professioniste di età variabile dai 92 agli 84 anni, reclutate tra i conoscenti e alla casa di riposo. Film che non si fa illusioni sulla vecchiaia, e neanche sulla dispettosità tra signore: la guerra per il possesso del telecomando è strepitosa, tutta per interposto figlio unico promosso a badante. Film da camera e cucinino, ma autobiografico e universale. Gli americani potrebbero comprare i diritti per un remake.

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