AMORE BUGIE & CALCETTO

Misteri dell’editoria italiana. Mondadori ha in casa un bel romanzo – con il solo difetto che mette di buonumore, difetto supremo per le lettere nostrane – e lo schiaffa nella BUM, Biblioteca Umoristica, assieme ai libri dei comici. E’ vero che – come scrive Fabio Bonifacci nei ringraziamenti – “Amore, bugie & calcetto” in versione cartacea viene dalle centinaia di pagine di appunti rimasti fuori dal bel film diretto da Luca Lucini. Non merita però di essere trattato come uno scarto di produzione (libri molto più finti e pretestuosi si trovano in collane più prestigiose). Fatte le proporzioni, è una storia italiana simile a quella francese di “Odette Toulemonde”, che esiste sia in forma di racconto (da E/O), sia in forma di film (“Lezioni di felicità”, per gli spettatori italiani, peccato se non lo avete visto, le poche copie sono sparite dalle sale). Eric-Emmanuel Schmitt si era accorto che nel suo primo contratto da regista – il film era appunto “Lezioni di felicità” – c’era la proibizione di scrivere. Per ripicca, quando tornava a casa dopo una giornata sul set, si metteva al computer e buttava giù il racconto. Una cosa Fabio Bonifacci dovrebbe promettere di non dire più, e neanche di pensare, se gli riesce: la sciocchezza secondo cui “la pellicola, al contrario della penna, non può entrare nella mente dei personaggi”. La smentita viene dal film di Luca Lucini. Sappiamo perfettamente cosa passa nella testa dei maschi che ogni settimana giocano a calcetto, grazie ai dialoghi e alla recitazione (mica c’è bisogno, per avere delle psicologie, di scrivere: “Il tale pensò nel profondo del suo cuore che…”). Altre cose distinguono il romanzo dal film. Per esempio la fulminante mezza pagina su “lavoratori precari & proprietari di osterie”. Assaggio: “Il giorno dopo l’Italia era bloccata da uno sciopero generale contro il lavoro precario, cosa che, secondo la spietata analisi dei gestori di osterie, inquadrava la serata come ‘prefestivo’. Questo spingeva i gestori a prendere una barista in nero in più, e dunque Bologna, con le sue 250 osterie, si preparava allo sciopero contro la precarietà con 250 serate di precariato aggiuntive”. Questo vuol dire raccontare l’Italia, altro che il film di Virzì. C’è anche Martina, una studentessa incinta che decide di tenersi il figlio, migliorando di molto le prestazioni in campo del fierissimo papà.

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