DR. PLONK

L’australiano non è l’unico a girare fuori tempo un film in bianco e nero, sfarfalleggiante come le pellicole d’epoca, con le didascalie in sostituzione dei dialoghi. Lo fece nel 1990 Aki Kaurismaki con “Juha”, ripescando un noir finlandese al cui confronto “Il postimo suona sempre due volte”, parole sue “sembra scritto da un insegnante di catechismo”. Lo fa dagli inizi della carriera il canadese Guy Maddin, una volta con la storia di Dracula, un’altra volta con la gara di canzoni tristi sponsorizzata dalla birra, nell’ultima pellicola rievocando la sua Winnipeg natia (tra tanta la nostalgia, una spassosa serie tv con un suicida che all’inizio della puntata vuole buttarsi dal cornicione, rientra convinto che la vita è bella alla fine dell’episodio, salvo ritentare il salto all’inizio della puntata successiva). Anche Rolf De Heer l’aveva in parte già fatto: metà di “Dieci canoe” è un finto documentario anni Trenta sugli aborigeni. “Dr Plonk” nasce dal casuale ritrovamento di vecchia pellicola vergine in un magazzino, non sufficiente per un film intero ma abbastanza per far scattare l’idea. Dopo essersi procurato altra pellicola scaduta, una macchina da presa a manovella, e un operatore in grado di usarla – bisogna letteralmente far girare la pellicola alla velocità giusta, aiutandosi con il metronomo – ha messo in cantiere questo divertissement. (Sì, ci sarebbe anche un pochino di morale, ma il giovane ha la mano più leggera di Shyamalan, quindi non urta). Difficile anche reperire gli attori. Mica tutti sanno fare le acrobazie necessarie, e qui ce ne sono molte, fin dalla prima scena: scivolate a catena sulla classicissima buccia di banana. Azzeccata anche la colonna sonora, firmata “The Stiletto Sisters”: sarebbe troppo pretendere il pianista dal vivo in sala, e magari un imbonitore per leggere i sottotitoli, come accadeva quando gli spettatori erano semianalfabeti. Il Dr. Plonk ha un assistente sordomuto che si chiama Paulus, un cane di nome Tiberius, una moglie che sembra la Tordella. Ha fatto un po’ di calcoli, convincendosi che il mondo finirà nel 2008 (siamo nel 1907). Quando lo rivela al primo ministro, ne ottiene in cambio una sghignazzata. Cocciuto come tutti gli inventori, si fabbrica una macchina del tempo per dimostrare l’assunto. La prima volta finisce tra gli hippie, la seconda tra i cannibali che se lo vogliono bollire nel pentolone.

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