FUNNY GAMES

Prendete venti persone, dividetele a caso in due gruppi, vestite i primi da secondini e i secondi da prigionieri: è l’Esperimento Carcerario di Stanford, dal nome dell’università dove fu organizzato nel 1971. Dopo due giorni, i guardiani cominciarono a usare il manganello contro i carcerati che si ribellavano. Lo si potrebbe utilmente rifare mostrando “Funny Games” a due gruppi di spettatori-cavie. I primi vedrebbero il film corredato dal curriculum del regista (Gran Premio della Giuria a Cannes con “La pianista”, tratto dal romanzo del premio Nobel Elfriede Jelinek, quel tipo di Austria che fa sembrare Thomas Bernhard un cuorcontento) e da qualche sua delirante dichiarazione: “L’inglese è la lingua franca della violenza”. I secondi lo vedrebbero senza istruzioni per l’uso. Garantito che i primi usciranno dicendo: “Dura critica contro la violenza al cinema e nella società”. Garantito che i secondi commenteranno: “Ennesimo horror traboccante violenza gratuita”. L’autoremake made in Usa – identico, scena per scena, al film con lo stesso titolo che l’austriaco aveva girato undici anni fa – racconta il finesettimana di una coppia molto benestante con figli e cane, al lago per un po’ di vela e una cena con gli amici. Giusto il tempo di dare aria alla villa, e due giovanotti suonano alla porta, vestiti come giocatori da tennis anni trenta, completi di guantini bianchi. Chiedono quattro uova per conto di una vicina, le fanno cadere sul parquet, ne chiedono altre perché le hanno adocchiate nel frigo, gettano il cellulare della padrona di casa nel lavandino, cominciano a seviziare la famigliola, anche con mazze da golf. Si interrompono solo per qualche sguardo in macchina, che dovrebbe fare la differenza: “Sicuro che vuoi vedere tutto questo?” “No, non possiamo smettere, manca ancora parecchio alla fine del film”. Trucchetti di bassa lega, che continuano ad attirare come il gioco delle tre carte fuori dagli autogrill (una generazione li sperimenta per la prima volta, gli altri si commuovono ricordando i beati anni Settanta). Per il resto, il film è indistinguibile da un qualunque horror, e anche molto meno spaventoso dell’originale. Aggravante: i killer, Michael Pitt e Brady Corbett, sono tanto più belli e chic della vittima Tim Roth che siamo subito schierati dalla loro parte. Nell’artistico sfruttamento della violenza, qualcosa è andato storto.

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