UN’ESTATE AL MARE

Andrebbe proposto come tema ai prossimi esami di maturità, il regista ne sarebbe felice e il candidato potrebbe sfoderare le sue competenze sui registri comici bassi, gloriosa tradizione qui rinverdita dai telefonini con suoneria a rutto e dai lassativi in dosi cavalline. Andrebbe commentato agli esami finali delle scuole di cinema: elenchi il diplomando quanti omaggi ai registi o agli sketch della commedia all’italiana riesce a scovare. Bocciato chi si fa suggerire male e dice Dino Risi. Non importa se Carlo e Enrico Vanzina vorrebbero dedicargli questo cine-ombrellone (cine-cocomero non gradiscono). Il genio che stese Moretti con la frase “Nanni spostati e fammi vedere il film” resterebbe di stucco a leggere le note d’intenti (come ogni testo esemplare, anche “Un’estate al mare”, viaggia accompagnato da veline esplicative). Antologia. Il genere praticato dai Vanzina Brothers? “Commedie umane scritte su regole del gioco di renoiriana memoria e fissate sulla pelle del nostro immaginario”. Sui Vanzina-movie del passato: “’Il pranzo della domenica’ è la cosa più cukoriana creata dal nostro cinema negli ultimi dieci anni. ‘Il cielo in una stanza” è un lampo filmico attraversato da suggestioni che vanno da Zemeckis a Truffaut”. Sullo stile inconfondibile: “Cinema in fuga da se stesso ma capace di rimodularsi secondo frequenze sottili, come quelle che fendono trasversalmente ‘Olé’”. L’episodio riuscito rifà - “si ispira”, per usare il linguaggio dei crediti - a uno sketch di Dino Verde, sceneggiatore e autore televisivo quando la parola in Italia aveva un senso. Il Grande Attore Teatrale, con corredo di birignao e luoghi comuni sulla magia del teatro, si becca un’insolazione alla vigilia dello spettacolo, nella meravigliosa cornice di Porto Rotondo. Va in scena al posto suo un doppiatore sfigato e senza memoria: Gigi Proietti, addetto alla voce fuori campo (“nel cinema italiano, un ruolo da protagonista”, bella battuta da ricordare). Seguito passo passo dal suggeritore, distrugge una “Signora delle camelie”, ripetendo male l’italiano arcaico. Prima però, vedendo che tutti sono in costume, se ne esce mormorando un fantastico “Chessedice a Rivombrosa?”. Finalmente si ride, dopo aver visto il solito Lino Banfi che torna al paese “ricco e spietato come il Conte di Montecristo”. E aver perso il conto – da studenti asini quali siamo – delle citazioni stratificate.

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