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Appassionato e appassionante come l’originale, scritto da Reginald Rose e girato nel 1957 da Sidney Lumet (esistono anche due versioni per la tv, e vari adattamenti teatrali). 12 giurati in camera di consiglio devono decidere la sorte di un omicida: dichiararlo colpevole “al di là di ogni ragionevole dubbio” oppure rilasciarlo. All’inizio uno soltanto si batte per l’innocenza, gli altri cercano di uscire dalla clausura il più presto possibile, in tempo per la partita di baseball. Mentre la discussione rivela dettagli sfuggiti all’avvocato difensore, le certezze si sfaldano. Mikhalkov trasporta la vicenda nella Russia di oggi: sul banco degli imputati, un giovanotto ceceno accusato di aver ucciso il padre adottivo, russo e per giunta ufficiale dell’esercito. Alla mostra di Venezia meritava qualcosa in più del premio assegnato al regista per “l’insieme dell’opera”, escamotage perché la giuria non si umiliasse a celebrare un film nato classico, recitato (per 152 minuti che non pesano) da strepitosi attori del teatro russo. Li guardiamo – e bisogna augurarsi che il doppiaggio non rovini il piacere – con incantata ammirazione. Tra loro c’è il regista, in un ruolo decisivo. Nella palestra moscovita dove l’assortita dozzina si installa, attrezzi e suppellettili serviranno per la ricostruzione del delitto, mentre le varie stagioni della storia russa e sovietica fanno sentire il loro peso. Troviamo il neocapitalista proprietario di una televisione, l’ex comunista nostalgico, l’attore che adocchia subito un gigantesco reggiseno, finito lì non si sa come, un guidatore di taxi che i ceceni li vorrebbe sterminare, l’impresario di pompe funebri. “Compagni, o meglio, signori”, saluta il presidente, dopo aver fatto lasciare i telefonini al guardiano (ne approfitterà per telefonare a scrocco). “I ceceni sono belve”, attacca il colpevolista. “I russi sono campioni di corsa sul posto” ribatte il giurato convinto che tutto è cambiato, perché tutto rimanesse come prima. Non statico, non claustrofobico, non teatrale nonostante le molte parole e gli spazi ristretti, a tratti si apre su sequenze di guerra (manco a dirlo, girate benissimo con mezzi scarsi), e su una magnifica “danza del coltello” eseguita da un chirurgo originario del Caucaso. I dodici si confrontano a due o a tre, raccontando storie (il lituano, sull’Olocausto). Ognuna bastante – se affidata a registi pensosi e compiaciuti – per un film.

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