BRATZ

A volte nella vita basta aspettare. Era perfettamente inutile contrastare i lamenti delle mamme impegnate e femministe, o delle psicologhe schierate dalla parte delle bambine, perché la rampolla voleva a tutti i costi la sua Barbie. Con corredo di vestitini, fidanzato piallato sotto la mutanda ancora senza firma, obbligatorie scarpe con il tacco, giacché la bambola Mattel nasce con il piedino inclinato, anche volendo una ballerina non la potrebbe infilare. Bastava aspettare: sarebbero arrivate le Bratz a far cambiare idea, trasformando la Barbie in un giocattolo quasi educativo (in fondo la ragazza ha qualche tailleur da avvocato, oltre all’abito da sposa), nonostante il girovita ridicolo e le tette autoreggenti. Mentre le Cabbage Patch Kids – pupazze anni '80 politicamente corrette, con tanto di certificato d’adozione e nessuna possilità di scelta tra modelli alternativi, hanno trovato posto in un libro Adelphi (“La casa madre” di Letizia Muratori) – le Bratz sbarcano al cinema. Appena un po’ meno sguaiate della loro versione giocattolo, e sprovviste delle mocciose dette Bratz Babyz (nel gergo delle Bratz le “z” vanno dappertutto, come le cattive ragazze): occhioni sgranati da neonate, straccetti da discoteca, lustrini dappertutto. Le magnifiche quattro – tra cui una sola ragazza bianca e bionda, pensare che una volta l’integrazione nei programmi tv era affidata alla rana Kermit del Muppet Show – cominciano a consultarsi via chat sui rispettivi guardaroba. Scena non dissimile dal “questo lo tengo, questo lo butto” di Carrie in “Sex and The City – The Movie”. Sempre la solita vecchia storia, tanto vecchia che fa vergogna ripeterla. Ogni generazione ha le sue insane passioni, considerate sciocche dalla generazione precedente, purtuttavia non vede l’ora di considerare le insane passioni della generazione successiva irrimediabilmente più sciocche delle proprie. Eppure basta aspettare: ci sarà qualcuna pronta a dire con nostalgia: “Noi almeno avevamo le Bratz”, trovando loro qualche pregio sconosciuto alle bambolotte successive (alcuni da qui ricavano certezze sulla decadenza del mondo, altri sulla sua prevedibile immutabilità, segue dibattito). Definitivo il giudizio letto su The Hollywood Reporter: “A postfeminist multicultural musical extravaganza for 8-year-old girls”.

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