E VENNE IL GIORNO

Magari Einstein neanche l’aveva fatta, la profezia sulla scomparsa delle api e i quattro anni di vita restanti al genere umano. Magari è come la prima legge di Anton Checov: “se in un racconto compare una pistola, la pistola prima o poi sparerà”. L’ultima volta che abbiamo indagato (serviva per una notarella a fondo pagina), abbiamo scoperto che probabilmente la pistola era un chiodo, a cui il protagonista del racconto avrebbe dovuto impiccarsi, e comunque i narratologi e gli slavisti consultati non erano in grado di fornire indicazioni precise. Il professor Mark Walhlberg, sotto la scritta alla lavagna, aggiunge prudentemente “attribuita a Einstein”. Troppo tardi: più del buco dell’ozono, le api mancanti fanno da catalizzatore alle nostre paure. Il regista non poteva stare a guardare, avendo già raccontato una ninfa nella piscina, lo sbarco degli alieni a casa di Mel Gibson (che dopo l’incontro ravvicinato del terzo tipo ritrova la fede), un villaggio che si richiude volontariamente nell’Ottocento, quando la vita era a misura d’uomo. Da anni cerca di rifare il “Sesto senso”. Da anni soffre della malattia che Lisa Schwartzbaum su Entertainment Weekly ha diagnosticato come “crippling shyamalania”: un morbo invalidante che fa girare mediocri film dell’orrore, appesantiti da una morale trita e ritrita (si consiglia una cura intensiva di Rod Sterling, tre episodi giornalieri di “Ai confini della realtà”, il cofanetto completo basta per mesi), con l’aggravante di una recitazione tra il pomposo e l’immobile. Sta per arrivare la fine del mondo – forse provocata dai terroristi, forse da qualche virus sfuggito ai laboratori, con il risultato che la gente si impicca agli alberi come in un’installazione di Cattelan (o in altre scene macabre che non diremo). Nella parte dell’uomo davanti al mistero (dell’universo, e della moglie con gli occhioni azzurri  che riceve misteriosi messaggi da un certo Joel), Mark Walhberg si arrangia come può. La trama fa un uso spregiudicato – per non dire demente - dei personaggi. Problema: M. Night Shyamalan (all’anagrafe indiana, Manoi Nellyattu) sa che quando in un film qualcuno urla “Signora Jones, signora Jones” a tutti viene in mente “Hellzapoppin’” e l’uomo con la pianta da consegnare? Se lo sa, e ce l’ha messa apposta, è la citazione più autolesionista nella storia del cinema.<\p>

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