GOMORRA

Non era facile ricavare un bel film da “Gomorra”, il reportage di Roberto Saviano costruito su un mosaico di storie camorristiche, alcune tanto incredibili da parere inventate. Al cinema la denuncia non dà mai buoni risultati. Lo spettatore fugge o sbuffa, al cospetto di scene sottotitolate da parole d’ordine di commovente banalità: meglio essere buoni che cattivi, meglio la spazzatura dentro i cassonetti che per le strade, meglio imparare una lingua straniera che sparare al compagno di banco. “Gomorra” di Matteo Garrone non è un film di denuncia. E’ un bellissimo film che racconta cinque storie, legate da un palazzaccio che si chiama Le Vele, disegnato dal solito architetto ben intenzionato (tutti i quartieri degradati d’Italia vantano firme illustri). Le racconta come sempre dovrebbe fare il cinema, e come il cinema italiano – spiace ripeterlo, ma lo sappiamo tutti, al netto dei discorsi trionfalistici – fa di rado. Con le facce, con i corpi, con i luoghi, con i rumori, con le mutande accoppiate alla mitraglietta, con dialoghi che non suonino falsi (e che non siano messi pigramente sulla carta da sedicenti artisti, vittime delle romanticherie che non prevedono il sudore ma solo l’ispirazione). A “Gomorra” – inteso come film – hanno lavorato quattro sceneggiatori, che fa piacere nominare uno per uno: Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio, Massimo Gaudioso (più Matteo Garrone, più Roberto Saviano). Hanno lavorato a togliere, perché questo è il lavoro difficile. A distrarsi un attimo e a scivolare nella retorica, son buoni (quasi) tutti. A trattenersi, a frenarsi, a non chiamare a raccolta i professionisti dello sdegno o del proclama, a non franare sotto il peso delle metafore sempre in agguato, sono buoni in pochi. Soprattutto, non sono in molti a volerlo fare, quando si parla di crimine organizzato, quando i riti di passaggio si fanno con pistole e giubbotti antiproiettile, quando gli ex quartieri modello diventano supermercati della droga, quando i ragazzini guidano i camion grondanti rifiuti tossici. Nonostante le due ore e un quarto, “Gomorra” corre senza un intoppo dalla prima all’ultima scena. Dai camorristi che si fanno le lampade solari e la manicure – di sicuro, una delle sequenze che si ricordano dopo i titoli di coda, gli unici a fornire un contesto, nel film non si nomina mai Scampia e meno che mai la camorra – fino al vecchio rantolante nel letto. Attorno a lui, Toni Servillo discute una questione di terreni dove sistemare le discariche abusive. Ma il vecchio riesce solo a ripetere “l’euro… l’euro…”, colpa di tutti i mali. La sparatoria sulla spiaggia, protagonisti due ragazzi che credono di essere in “Scarface” di Brian De Palma e sparano a tutto, mostra i miracoli che succedono quando un regista ha cose da raccontare, e sceglie di raccontarle usando le immagini, non le voci fuori campo. Matteo Garrone affronta coraggiosamente la questione che da sempre accompagna il libro di Roberto Saviano, uscito in libreria con uno statuto che lo collocava in un punto intermedio tra romanzo e reportage (poi precipitato verso la denuncia civile e penale). Sceglie la narrazione, e ne ricava una versione italiana e collettiva di “American Gangster”: storie miserabili, di grandi e di bambini, dove brillano per assenza lo stato e le forze di polizia. Visto che è stato così dannatamente bravo – tanto da meritarsi una Palma d’Oro, anche se i soliti cinefili gli preferiscono l’esistenzialismo turco di Nuri Bilge Ceylan – si potrebbe non seppellirlo sotto la montagna di retorica che in questi giorni lo ha accompagnato, sulla Croisette e sui giornali italiani?

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