GARDENER OF EDEN – IL GIUSTIZIERE SENZA LEGGE

Il nonno, reduce dalla seconda guerra mondiale, racconta l’eroismo e la fedeltà alla bandiera. Il padre, reduce dal Vietnam, si dondola sulla sedia sotto il portico, accende spinelli, non spiccica parola. Kevin Connolly (conosciuto agli spettatori della serie tv “Entourage”, trasmessa su Jimmy e prodotta da Mark Walhberg, che così rende omaggio agli anni della gavetta), applica il modello mandato in soffitta da Paul Haggis in “La valle di Elah”. Lì i fuori di testa sono i reduci dall’Iraq, mentre i veterani del Vietnam sono bravi padri di famiglia (dei reduci dalla guerra contro il nazismo non si fa menzione, le medaglie non bastano). Il figlio si chiama Adam, che al giardino dell’Eden si accoppia bene. L’attore – Franz Haas – suscita nello spettatore un singolare miscuglio di simpatia e leggera irritazione, per i suoi capelli spettinati, l’aria a metà tra il matto e l’ingenuo, l’eterna felpa con cappuccio. Ha 25 anni, abita con i genitori, lo hanno espulso dall’università perché scopava in camera con una prostituta, vive a 25 minuti di metropolitana da Manhattan. Più precisamente a Bickleton, New Jersey, assieme a un gruppo di bamboccioni come lui, in associazione di mutuo soccorso. L’addetto alla pompa di benzina sconta il pieno, il cameriere alla taverna greca regala l’insalata di feta, lo spacciatore offre assaggi di cocaina. Finché uno spettacolare incidente stradale – classico espediente cambia-vita della narrativa americana, da John Irving a Stephen King – gli fa prendere atto che le disgrazie accadono soprattutto ai buoni. Dopo un intervallo assai macabro (e un licenziamento, e il voltafaccia dei genitori), decide di sfogarsi picchiando il primo che capita. Guarda caso, il primo che incontra per strada le botte se le merita tutte. Adam viene acclamato come un eroe, cosa che gli fa cortocircuito in testa, spingendolo a darsi da fare come vendicatore solitario, giacché per arruolarsi in polizia serve una scuola. Un po’ black comedy, un po’ storia di formazione, “Gardener of Eden” sta in equilibrio tra il “già visto” (tipico dei film da Sundance, in questo caso del Tribeca) e le situazioni spiazzanti. Alla domanda “come stai?”, i reduci, le stuprate, i disadattati usano rispondere: “chiedilo ai miei figli tra 20 anni”. Botta e risposta che rende bene l’atmosfera del film, sospeso e svagato a dispetto del tema serissimo.

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