L’ANNO IN CUI I MIEI GENITORI ANDARONO IN VACANZA

Calcio e dittatura sono un’accoppiata vincente. Lo strano mondo a parte della comunità ebraica di San Paolo – gemellata con quella che fece la fortuna del film argentino “L’abbraccio perduto” di Daniel Burman, Orso d’argento alla Berlinale 2004 – offre uno sfondo non ovvio per la storia di un ragazzino che sogna il Brasile campione del mondo, e deve far fronte a qualche altro guaio. Siamo nel 1970, papà e mamma partono all’improvviso per una vacanza, a bordo di un maggiolino Wolkswagen. Dalla fretta, e dal brivido di terrore quando incontrano un camion di militari, si capisce che non hanno solo voglia di prendere un po’ d’aria. Il ragazzino Mauro viene depositato dal nonno. Sciagura vuole che il vecchio sia morto d’infarto il giorno prima. Non resta che giocare a calcio nel lungo corridoio: minuscola porta, gettoni come giocatori, nelle orecchie le parole di papà: “Il portiere è l’unico che non può sbagliare”. Si fa vivo il vicino Schlomo, e dopo qualche rapida spiegazione Mauro segue il suo primo funerale in yiddish. La comunità si riunisce per decidere che farne, tanto più che il ragazzino – beccato a pisciare in un vaso da fiori perché il bagno è sempre occupato – non è neanche circonciso. (Sarà stato Dio a metterlo sulla mia soglia? E allora perché non ha fatto le cose per bene?). Da tipo sveglio, Mauro impara a cavarsela da solo nel quartiere Bom Retiro, pieno di greci e di italiani, tutti ugualmente appassionati di calcio: le partite si guardano al bar, i televisori in bianco e nero hanno gli angoli stondati (mentre in piazza i soldati a cavallo disperdono violentemente i manifestanti). Il Brasile si ferma, ma c’è sempre l’inguaribile rivoluzionario che a rischio di farsi menare tiene per la Cecoslovacchia: “Sarebbe una vittoria per il socialismo”. Cao Hamburger aveva già girato “Castelo Ra-Tim-Bum”, dal suo programma televisivo per ragazzi. Si è fatto aiutare nella sceneggiatura da Braulio Mantovani, firma onnipresente nei film brasiliani che vincono premi: “City of God” di Fernando Meirelles, “Tropa de Elite” di José Padilha, “Linha de Passe” di Walter Salles. Sceglie e dirige bene i suoi attori. Ogni tanto spezza il ritmo con qualche trovata originale. Per esempio, la ragazzina sveglia che affitta ai maschi in piena tempesta ormonale i buchi per spiare le signore nude nei camerini di prova.

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