LA MUJER SIN CABEZA (Cannes, concorso)

Pubblicità progresso 1. Non cercare il cellulare nella borsetta quando si guida. Potreste sentire il sordo rumore di qualcosa travolto dalle ruote dell’automobile. Ma la bionda signora argentina non scende dall’auto, non apre la portiera, non tira giù nemmeno il finestrino. Si infila gli occhiali da sole, e riparte. Solo dopo 42 minuti di film, torna sul luogo dell’incidente. Prima ha riferito il fatto al marito, ha mandato l’auto a pulire, ha controllato i denti di un centinaio di bambini, è andata a comprare vasi da fiori. Sempre inquadrata strettissima, e spesso di nuca. Quando la scena si allarga, vige l’estetica dello sguincio, o la poetica della porta semiaperta: c’è sempre qualcosa che oscura la visuale. Anche Lucrecia Martel torna dov’era già stata: “La donna senza testa” somiglia in maniera impressionante a “La niña santa”: c’è anche una scena in piscina, che la regista di “La cienaga” non si fa mancare mai. Solo che lì c’era una storia, e qui no. Appena sente il botto, lo spettatore pensa “ha messo sotto un bambino”. In nome di quale arte deve patire per un’ora e mezza?

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