SYNECDOCHE, NEW YORK (Cannes, concorso)

Serviva un pasticcione come Charlie Kaufman per rifilare a Philip Seymour Hoffman il peggior ruolo della sua carriera. Eppure gli inizi sembravano promettenti: un regista teatrale di nome Caden, sposato con l’artista Adele (Catherine Keener) e padre di una mocciosa quattrenne, si sveglia a Schenectady. Alla radio, un programma sull’autunno in letteratura. “Perché la stagione affascina tanto gli scrittori?” chiede il giornalista. “Perché è l’inizio della fine”, risponde l’esperto, e legge una poesia di Rainer Maria Rilke che indurrebbe chiunque a tornare sotto il piumone. Caden non tiene conto dell’avvertimento, va in bagno per lavarsi i denti, il rubinetto gli esplode in faccia (seguirà un lungo cammino, fatto di pustole, artrite e varie crisi nervose, sconsigliabile agli ipocondriaci). Il giorno dopo c’è la prima di “Morte di un commesso viaggiatore” (altri copioni non si danno, quando il cinema parla di teatro). Tutto precipita, compreso l’interesse dello spettatore, quando riceve un finanziamento e decide di mettere su lo spettacolo della sua vita. In tutti i sensi: quello che gli darà la celebrità e quello che gli consentirà di raccontare i fatti suoi. Vale anche per il regista, ex sceneggiatore (“Nella testa di John Malkovich”, “Il ladro di orchidee”, “Se mi lasci ti cancello”), e  compagno di sballo di Spike Jonze e Michel Gondry.

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