HUNGER (Cannes, Un Certain Regard)

L’unica transfuga passata con successo dalla videoart alla regia si chiama Miranda July (“Me, You And Everyone We Know” vinse a Cannes la Settimana della Critica nel 2005). Altrettanto bene sa scrivere racconti, quindi dev’essere l’eccezione che conferma la regola. La videoart – oltre ad aver prodotto i metri di pellicola più noiosi che mai sia capitato di vedere (tenuto conto che solitamente durano assai meno di un film) – ha procurato a Steve McQueen molte cose: il Turner Prize della Tate Gallery, un’onorificenza britannica, un incarico da parte del London War Museum per un lavoro sulla guerra in Iraq, dopo adeguato sopralluogo. Non gli ha procurato un talento da regista. Solo la voglia di tirare pugni allo stomaco dello spettatore. E un culto per il gesto artistico. Riprende e ammira come se fosse un quadro la merda che i prigionieri irlandesi spandevano sulle pareti, durante lo sciopero dell’igiene (era il 1976, volevano lo status di prigionieri politici appena revocato). Gesto artistico è il guardiano che butta disinfettante sulle pisciate dei prigionieri, e spazza il corridoio in tempo reale. O le macchie che le piaghe di Bobby Sands, quasi al termine dello sciopero della fame, lasciano sul lenzuolo. Finora il record di dimagrimento al cinema era saldamente in possesso di Christian Bale, ridotto pelle e ossa per girare “The Machinist – L’uomo senza sonno”. Michael Fassbender lo batte di parecchio.

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