MONGOL

Dimenticate il guerriero assetato di sangue. Per tre motivi. Primo: agli occhi dei mongoli Gengis Khan è il fondatore della nazione, l’eroe che riunì le sparse e litigiose tribù fornendo loro la dignità e il potere, assieme una cospicua fetta del mondo allora conosciuto. Visto che sono i mongoli - assieme ai russi e ai kazachi, ancora un po’ seccati per colpa di “Borat” - a finanziare il film, l’eroe ne viene fuori al meglio, affrontando innumerevoli pericoli e svincolandosi da innumerevoli tradimenti, con astuzia e coraggio (non sempre però con le buone maniere: la marcia vittoriosa degli eroi fondatori non lascia il tempo di contare i cadaveri). Secondo: “Mongol” racconta l’infanzia, le prime esperienze, la formazione del condottiero. Si arrresta quando la pace tra le tribù è fatta. Segno quasi sicuro che il regista Sergej Bodrov - ha diretto “Il prigioniero del Caucaso” e aveva un figlio regista con lo stesso nome, scomparso nel 2002 su un ghiacciaio durante i sopralluoghi per un film - intende girare il seguito, ancor più spettacolare e appassionante, se non addirittura una trilogia. Terzo: molto spazio viene riservato al rapporto di Temudgin – questo il nome del grande capo quando ancora non era tale – con la moglie Borte, scelta personalmente rispettando i diktat del padre: occhi a fessura, per tenere lontani gli spiriti maligni, e gambe forti, per fare felice un uomo. Il ragazzino guarda la ragazzina, controlla che abbia le dovute qualità, subito le giura che non la lascerà mai. E’ abbastanza cocciuto per tener fede alla promessa, mentre deve vedersela con i parenti di un’altra moglie, meno bella e forte di gambe, ma più utile per dare ragione e Levi-Strauss, quando sostiene che i matrimoni servono a stringere alleanze con i nemici. Sulla strada del ritorno, terminata la battuta di caccia coniugale, il padre di Temudgin viene avvelenato. Terminato il funerale, l’orfano capisce che avrà salva la vita soltanto per il poco tempo che lo separa del diventare adulto. Quindi è meglio che si organizzi subito: o scappare, oppure cominciare a combattere. Fanno da sfondo grandiosi paesaggi in mezzo al nulla. Non è un modo di dire: molte scene del bellissimo film sono state girate trascinando attori e troupe a diciotto ore di viaggio dal centro abitato più vicino, in luoghi meno trafficati oggi di quanto non lo fossero alla fine del XII secolo.

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