CARGO 200

Il 1984 immaginato da George Orwell nel 1948 (per fissare la data dell’incubo aveva scambiato le due cifre) non era un gran posto dove vivere. Nulla di paragonabile però all’Unione Sovietica del 1984, così come la descrive Balabanov – tanto bravo da far venire voglia di una retrospettiva, per vedere come si passa da Kafka al fumetto ai pionieri della pornografia russa – nel suo undicesimo film, basandosi sulla memoria e forse anche su qualche tipaccio frequentato. Un volumetto fotografico a cura di Vladimir Archipov (da ISBN con il titolo “Design del popolo”) mostrava tappetini fatti con i tappi della birra e antenne radio fabbricate con le forchette: aggeggi inventati dai sovietici per rendere meno miserabile la vita quotidiana. “Cargo 200” mostra le stanze scrostate dove collocare gli oggetti. Aggiunge al catalogo della desolazione un maglione peloso, l’imitazione di un trench, i telefoni colorati, i tappeti appesi al muro, il centrino di pizzo sintetico sul televisore nella casa dei benestanti, il tavolaccio nelle case-stalle dei contadini dove si distilla clandestinamente la vodka per accompagnare i cetrioli. Tra personaggi, un professore di ateismo scientifico all’università, impegnato in una conversazione da ubriacone sul tema “Se Dio non esiste tutto è permesso”. Il professore ribatte parlando di utopie, l’ubriacone mugugna: “Il vostro paradiso in terra l’avete trovato nel comunismo”. I soldati tornano dall’Afghanistan in una bara e devono essere seppelliti di nascosto in cimiteri fuori mano – il titolo viene dal nome in codice usato per quel tipo di trasporti. “Aspettavamo il crollo del comunismo. Il comunismo è crollato, è rimasto il crollo”: queste parole del regista, nato nel 1959, corredano il film più livido visto da parecchi anni a questa parte, forte di un intreccio semplice e perfetto, con pochi personaggi – quasi tutti moralmente reprensibili – dopo un inizio da film dell’orrore. Auto guaste in mezzo alla campagna, ubriachi fradici, un tipo con la faccia da maniaco che spia dai finestrini una ragazza, un vietnamita che si aggira con fare furtivo. “Sono la figlia del segretario regionale del partito”, ripete la ragazza come un mantra (la mamma le aveva detto di non accettare passaggi da sconosciuti: ma questo è il fidanzato di un’amica). Colonna sonora di canzonette russe anni 80, stralci di tv prima della perestrojka.

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