THE HUNTING PARTY

Sul muro, la scritta “Enjoy Sarajevo”, nello stesso carattere e con gli stessi colori associati in tutto il mondo alla Coca Cola. Davanti al muro, poco lontano dall’Holiday Inn che fece da quartier generale per i corrispondenti di guerra, si ritrovano un reporter americano e il suo cameraman. Il primo – Richard Gere con i capelli bianchi e la barba lunga, si lava quando capita, tiene sempre qualcosa di alcolico a portata di mano – aveva dato di matto durante una diretta, nell’inverno del 1994. L’altro – il bravissimo Terrence Howard, scoperto in “Crash”, rivisto in “The Brave One” accanto a Jodie Foster, trionfante in “Iron Man” come complice del supereroe – era stato promosso a un incarico di tutto riposo. Cinque anni dopo, richiamati dall’adrenalina e da una taglia che vale cinque milioni di dollari, cercano un criminale di guerra soprannominato “La volpe”, sfuggito alla Cia e all’Onu pur vivendo e cacciando a pochi passi dal luogo delle sue malefatte. Li accompagna un ragazzino inesperto arrivato in Bosnia dopo la scuola di giornalismo, figlio del vicepresidente del network e quindi raccomandatissimo. “Solo i dettagli più assurdi di questa storia sono veri” annuncia una scritta sopo i titoli di testa. Dato l’argomento, sarebbe lecito attendersi una war comedy alla “Mash”, non un film indeciso tra il documentario (vediamo in tutta la loro tristezza, che ricorda la caducità delle cose umane, gli impianti delle Olimpiadi invernali, da consigliare ai collezionisti di rovine e di scenari post apocalittici) e il film di denuncia, dove una buona metà dei dialoghi servono per ricordare allo spettatore “come siamo arrivati fin qui”. La follia balcanica che aveva fatto da sfondo a film come “La polveriera” di Goran Paskaljevic – per citare un serbo meno allegro del solito Emir Kusturica – lascia il posto a una scena di tortura in stile “Hostel”: serve un’ascia, i buoni appesi in posizione da squartamento, il cattivo con la scritta in fronte: “Sono morto quando sono nato” (in cirillico, che non è una lingua – come il film suggerisce – ma un alfabeto). Le gag sulla Cia, intelligence che non riesce neppure ad acchiappare i criminali con il numero sull’elenco del telefono, le sapevamo a memoria. Il resto saccheggia un articolo apparso su Esquire, “What I Did On My Summer Vacation”: cinque giornalisti a caccia di Radovan Karadzic.

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