L’ULTIMA MISSIONE

L’ex poliziotto diventato regista gira il suo terzo film. In ordine cronologico e di pessimismo, prima venne “Gangster”, quando i criminali ancora rispettavano un codice d’onore. Poi toccò a “36”, il numero civico di “Quai des Orfèvres” dove ha sede la polizia parigina, magari un po’ peggiorata dai tempi del commissario Maigret ma comunque capace di aver ragione delle mele marce al proprio interno. Questo è ambientato a Marsiglia, i francesi lo conoscono con la sigla di un’arma letale: “MR 73”. Dal punto di vista delle cose notevoli&scioccanti non manca nulla: un serial killer, poliziotti su cui non fare affidamento, tremendi incidenti che strappano via gli affetti più cari, pentiti da brivido, whisky bevuto a canna, stanzette disordinate dove le notti sono troppo lunghe per chi ha gli incubi, una ragazza che vede seviziare i genitori e la scampa per miracolo salvando la sorellina (che una volta cresciuta la rimprovera: perché non hai lasciato morire anche noi?). Abbiamo dimenticato l’eroe: un Daniel Auteuil sporco, grasso, sudato, con la barba lunga e perennemente sbronzo, tanto che di notte dirotta gli autobus. Una cosa va detta subito: Olivier Marchal sa girare. Sa scegliersi il direttore della fotografia, Denis Rouden. Ha la mano felice con gli attori e con il musicista Bruno Coulais, che fa quel che deve senza esagerare mai. Il porto, il centro della città, la scogliera, perfino le ville di lusso conoscono solo luci che vanno dal freddo al gelido. Sa rendere insopportabili le scene di tortura (molte in bianco e nero, perché appartengono al passato, ma pronti con le mani da mettere davanti agli occhi, non è film da vedere stringendo il barattolo del popcorn). Ha un consulente all’incaprettamento che ha fatto bene il suo sporco lavoro. Sa costruire la tensione: da tanto un montaggio incrociato non faceva così paura. Sa fare tutto benissimo, ma esagera. Dicono i fan che non di solo poliziesco si tratta, qui si parla di redenzione e di oblio. Giusto: ma l’intreccio di disgrazie, e l’insistenza sulla cupa visione del mondo, andava dosato meglio. PS. La vogliamo piantare - almeno sui press book firmati che spiegano la filologia del termine noir, citando Alain Corneau e Jean-Pierre Melville (sui quotidiani abbiamo perso le speranze) – di scrivere “looser” per “loser”: così, e non altro, si chiamano i perdenti.

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