GONE BABY GONE

Patrick Kenzie e Angie Genarro sono gli eroi, universalmente famosi nel quartiere bostoniano di Dorchester, di quattro romanzi scritti da Denis Lehane, lo scrittore che con “Mystic River” ha dato a Clint Eastwood l’occasione per sua migliore regia (da Piemme, ma attenzione ai titoli: la storia di “Gone baby gone” è in “La casa buia”, l’altro ha in copertina “La morte non dimentica”). Qualcuno li ha chiamati “Nick e Nora dei miserabili”, per fare il verso alla coppia di detective dilettanti – miliardi, champagne, simpatico cane Asta – che indaga in “L’uomo ombra” di Dashiell Hammett (e nei film con William Powell e Myrna Loy). Dorchester è un quartiere povero e disastrato, dove vivono operai e immigrati. I figli o fanno i poliziotti o fanno i criminali, con una busta paga migliore (al confronto, la serie “Boston Public”, insegnanti e allievi in un liceo cittadino, pare un paradiso). Ma, spiega Patrick all’inizio del film: “Le cose che ti fanno diventare quello che sei sono quelle che non scegli”. Patrick e Angie, che si vedono anche fuori orario di lavoro, cercano gente sparita perché in ritardo con le rate del divano. Quando una coppia li arruola per ritrovare la nipotina Amanda, quattro anni, scomparsa mentre la madre era da una vicina, accettano per compassione. Angie non vorrebbe neanche cominciare un’indagine che potrebbe portare al ritrovamento di un cadaverino. Lui spera di trovarla viva, e la differenza di posizioni avrà il suo peso nel finale (discuteranno anche gli spettatori: “Gone Baby Gone” è un film con il suo bel dilemma morale, una volta pagato il prezzo alla pedofilia, ai poliziotti che fanno discorsi strani, alla “spazzatura bianca” che vive in case di cui sentiamo la puzza). Basta l’interrogatorio alla madre di Amanda per sentirsi gelare il sangue: si droga, spaccia, beve, esce tutte le notti con il fidanzato di turno. Le recensioni americane lodano il regista Ben Affleck – Coppa Volpi a Venezia per “Hollywoodland”, che ha fatto dimenticare il fidanzamento con Jennifer Lopez, che a sua volta aveva fatto dimenticare l’Oscar per la sceneggiatura ricevuto assieme a Matt Damon per “Good Will Hunting” – per aver azzeccato l’ambiente e gli accenti. Non sanno che per i nostri doppiatori – gente che non vede mai “Chi l’ha visto?”, o un servizio di cronaca nera – il povero ha una vocetta cantilenante.

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