PERSEPOLIS

Fin da piccola, a Teheran, Marjane Satrapi pensava in grande. Si immaginava profeta, parlava con Dio, aveva qualche idea su come migliorare il mondo. Quando cominciano le manifestazioni contro lo Scià, urla anche lei le parole d’ordine. Avviandosi verso la cameretta, pigiama addosso e denti lavati. Nel 1978, quando il film comincia, ha nove anni, adora Bruce Lee, e ancora non sa quel che le toccherà quando Khomeini prenderà il potere (ancor peggiore sarà la sorte dello zio comunista, convinto che la Repubblica Islamica fosse un passo necessario perché il popolo si riappropriasse del paese). Presto arrivano i guardiani della morale che impediscono a maschi e femmine di parlarsi, le lezioni di anatomia con modelle nelle palandrane nere, i corsi di storia dell’arte con la Primavera di Botticelli oscurata, in modo che restino una testa e una conchiglia, i venditori di cd proibiti, smalti per unghie e carte da gioco che spalancano gli impermeabili per mostrare la mercanzia, le chiavi per il paradiso delle vergini da distribuire agli aspiranti martiri. Questa la vita pubblica. In privato, si fanno feste e si pigia l’uva nel bagno, per distillare un po’ di alcool autarchico. Salvo svuotare le preziose bottiglie nel gabinetto, quando arrivano le ispezioni. Marjane Satrapi vive a Parigi dal 1994. I pochi disegni a colori di “Persepolis” mostrano il suo viaggio verso Parigi, dopo un primo soggiorno nella Vienna dei punk. Così termina questa straordinaria autobiografia, che parla dell’Iran, ma anche delle ragazze che sopravvivono a una rivoluzione e a una guerra, per poi farsi mettere i piedi in testa dal primo amore (che vediamo nelle stesse situazioni due volte: prima trasfigurato dalla passione, gentile e affascinante, poi con i denti storti e i brufoli). La bellezza sta nel fatto che Satrapi ha una storia da raccontare, e la racconta benissimo. Costato parecchi anni di lavoro, il passaggio dal fumetto al film di animazione – in bianco e nero e a due dimensioni – riesce benissismo. Basta vedere come si dissolvono le nuvolette di fumo (delle sigarette e dei tubi di scappamento) per innamorarsi. Parole ridotte al minimo, disegni da godere in ogni dettaglio. Fanno da modello le silhouettes anni Venti di Lotte Reiniger: sagome di cartone nero, per raccontare la storia del principe Achmed, tratta dalle “Mille e una Notte”.

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