LA BANDA

Ci risiamo. Sullo stesso quotidiano che fa divieto di ricavare da “Juno” la palese morale della favola – capita di restare incinta a sedici anni, e non è detto che una ragazza ne avrà la vita rovinata – si inneggia alla lezione (proprio così: “lezione”) di due film che celebrano il dialogo tra arabi e israeliani. Uno è “La banda” di Eran Kolirin (l’altro non lo abbiamo visto, sospendiamo il giudizio): perfetta opera prima di un regista israeliano che si è fatto le ossa lavorando per la televisione. Fa parte della perfezione il fatto che il dialogo-tra-uomini-provenienti-da-stati-nemici caro ai commentatori non sia il motore del film, che si poteva ambientare ovunque. Bastavano un pezzo di deserto o periferia, casermoni di tremendo squallore, gente che si annoia al bar, stranieri smarriti in un luogo di cui non conoscono la lingua. Certo, serve anche una sceneggiatura con i controfiocchi, che riduce le parole al minimo e punta sulla comicità del muto (il vero argomento di dibattito sarebbe: perché da noi i registi e gli sceneggiatori non imparano neanche dopo anni di esperienza, e all’estero nascono imparati?). La banda della polizia di Alessandria in trasferta - fiera e altera nelle sue divise turchesi con tasche applicate, martingale, vistosi polsini e tutto quanto fa eleganza per un sarto militare egiziano – non trova nessuno all’aeroporto. Sale sul pullman sbagliato e finisce in mezzo al nulla, con trolley e strumenti al seguito. Bastano le loro sagome, in controluce sul ciglio della strada, per innamorarsi. Bastano poche scene brevissime per mettere a fuoco i caratteri e le manie di ognuno, senza bisogno di spiegazioni e voci fuori campo. Dovrebbero inaugurare un centro culturale arabo in Israele, finiscono in una cittadina sprovvista di albergo. Si accampano in un paio di case private, cenano con i locali, il rubacuori esce a pattinare su rotelle con un giovanotto molto imbranato. Gli insegna come si corteggiano le ragazze, allungando al momento giusto fazzoletti o bottigliette di whisky, e suggerendo quando una ragazza si aspetta di essere baciata. Il direttore d’orchestra e la barista siedono su una panchina in mezzo al cemento – ma lo chiamano parco – a chiacchierare di melodrammi arabi e di pesca. Premio Coup de coeur a Cannes, code fuori dai cinema in Francia, da noi rischia di scomparire tra i film di Pasqua.

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