I PADRONI DELLA NOTTE

Detto così, sembra una sparata da criminali. Ma “We Own the Night” (titolo originale del film) era il motto dei poliziotti newyorchesi negli anni 80. Stava scritto sulle fiancate delle auto, nel tentativo di rassicurare i cittadini che non dormivano sonni tranquilli e di metter paura ai trafficanti di droga. Prendetelo, se volete, come il seguito – apocrifo e non intenzionale – di “American Gangster”, il film di Ridley Scott dimenticato dagli Oscar. Messo in galera il superspacciatore nero Frank Lucas (“l’uomo che riuscì a fare da solo quel che alla mafia non era riuscito in cento anni” e per avere uno sconto di pena denunciò i poliziotti corrotti), i grandi affari sono gestiti dalla mafia russa (con un bel ventennio di anticipo su “La promessa dell’assassino”, ultimo film di David Cronenberg). Ma da Ridley Scott nessuno ormai si aspetta grandi cose, mentre da James Gray – dopo gli splendidi “Little Odessa” e “The Yards”, separati da sei anni, e altri sei ce ne sono voluti per il terzo -  tutti attendono il capolavoro. Ecco perché “I padroni della notte”  ha avuto un’accoglienza peggiore di quel che meritava. A Cannes è stato fischiato, e accusato di mostrare troppo rispetto per le forze di polizia, molte recensioni sono freddine, le più calorose ne parlano come di una brutta copia di “The Departed”, il film che ha segnato la resurrezione di Martin Scorsese dopo un paio di clamorosi flop. Eppure, a partire dalla prima scena – super pomiciata tra Joaquin Phoenix e Eva Mendes, così credibile e sensuale che soltanto Sidney Lumet riesce a reggere il confronto, in “Onora il padre e la madre” – il film è costruito bene e recitato benissimo. In scena, un padre poliziotto immigrato dalla Polonia (di nome fa Grusinsky), i russi li conosce da prima di sbarcare in America. Il figlio buono - Mark Wahlberg, bestemmiatore in "The Departed”, anche il cast sembra fatto apposta per creare l’effetto fotocopia - fa l’agente di polizia. Il figlio cattivo ha cambiato nome e gestisce un night club per conto dei russi, con obbligatoria palla di specchi rotanti e luci stroboscopiche. Non tutti i conti tornano. Ma si gode dall’inizio alla fine: colpi di scena al posto giusto, corde tirate fino a un attimo prima che cedano, un gran bell’inseguimento sotto il diluvio. Nessuno stuntman osava rischiare, quindi la pioggia è tutta posticcia, aggiunta in post-produzione.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi