PROSPETTIVE DI UN DELITTO

Viste dal palco degli Oscar, le elezioni americane appaiono molto diverse che nei telegiornali. “Quando il presidente degli Stati Uniti è una donna o un nero, un asteroide sta per distruggere la terra” ha detto Jon Stewart tra una consegna di statuetta e l’altra. Qualche settimana prima, mentre lo sciopero degli sceneggiatori era ancora in corso, Stephen King (nella rubrica su Entertainment Weekly, “The Pop of King”, dove dice la sua – sempre a proposito - su musica, libri cinema e tv) suggeriva che la campagna elettorale americana avesse preso il posto di “Lost” e di “24” nel cuore degli spettatori. “Prospettive di un delitto” mostra un presidente ancora bianco, ancora maschio, e solo per poco non ancora morto. Gli sparano nei primi minuti del film, mentre a Salamanca sta scrivendo una pagina di storia, ramo lotta al terrorismo (di più non sappiamo). Gli sparano sotto gli occhi dei reporter e di una folla festante (anche un po’ manifestante: la giornalista della tv spiega che le bandiere a stelle e strisce sono parecchio odiate in Europa). Si sentono gli spari, William Hurt crolla per terra, la sicurezza cerca di rianimarlo, Sigourney Weaver urla “camera tre, stringi, voglio un primo piano” e l’intero repertorio della produttrice in carriera, la folla in piazza non sa se fuggire o rimanere, i cameramen cercano lo scoop, la guardia del corpo - appena rientrata in servizio dopo essersi presa una pallottola in un precedente attentato, quando si dice la sfiga - suda freddo. Accade nei primi dieci minuti. Poi “Prospettive di un delitto” riavvolge il nastro e ricomincia da capo. Cambia il punto di vista: sette personaggi, a turno, raccontano la storia a modo loro. Insomma, una specie di “Rashomon” nell’era dei telefonini, che mandano in pensione i testimoni oculari (pur non essendo più affidabili). Il gioco del rewind, suggestivo sulla carta, finisce per stancare. E termina nel più improbabile inseguimento visto da parecchio tempo a questa parte, protagonista Dennis Quaid. Corre come un ragazzetto, mentre lo spettatore comincia a pensare che al prossimo scatto gli verrà un infarto, con grave pericolo per la sospensione dell’incredulità. Conviene farci l’abitudine. Tra un po’, con le giunture scricchiolanti di Harrison Ford, arriverà “Indiana Jones and the Kingdom of Crystal Skull”. Rivogliamo “24”. E Kiefer Sutherland.

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