30 GIORNI DI BUIO

Comunicazione di servizio per Will Smith, meglio noto come re Mida del botteghino (con tocco magico esteso alla famiglia allargata: il figlio Jaden recitava in “Alla ricerca della felicità”, la figlia Willow è in “Io sono leggenda”, la moglie Jada Pinkett Smith ha appena scritto e diretto “The Human Contract”). I vampiri non sopportano il midcult. Stanno bene nei film di registi che si chiamano Carl Theodor Dreyer, o Friedrich Wilhelm Murnau, o Werner Herzog. Stanno ancora meglio in film girati da registi che non si chiamano per nulla, o sono noti con l’etichetta della loro casa di produzione (Hammer, per dirne una). Stanno malissimo in film che li vogliono nobilitare, ripulire, promuovere a metafora degli ultimi giorni dell’umanità. Ecco perché “30 giorni di buio” batte “Io sono leggenda” per dieci a zero (con Richard Matheson che si spella le mani ad applaudire). Gli ultimi nipotini di Dracula sono filtrati attraverso i fumetti di Steve Niles e Ben Templesmith. A loro si devono i dentini appuntiti, la bocca ancora sporca di sangue, gli abiti leggeri del tutto inadatti al freddo di Barrow, Alaska, dove i nostri hanno deciso di darsi alla pazza gioia, aiutati da una notte lunga un mese. Basta fughe al primo raggio di sole, pronto a far scempio di te e dei tuoi cari (guardate che misera fine tocca all’elegante Nosferatu di Herzog). Le ragazze, soprattutto, se fossero vive rischierebbero una polmonite. Alla nobile tradizione del vampiro si aggiunge l’altrettanto nobile tradizione del morto vivente (oltre a bere il sangue strappa brandelli di sangue, e non riconosce i simboli religiosi). Ecco perché Will Smith dovrebbe vedere il film di David Slade, regista di videoclip con una medaglia: fu lui a far debuttare Ellen Page, la ragazza incinta di “Juno”, in “Hard Candy”, Cappuccetto Rosso che si trasforma in lupo. Imparerebbe come si fanno i mostri, scordandosi le saette fameliche e prive di spessore. La sciagura del midcult vale anche per il film italiani. I soli vedibili sono quelli che senza pretese raccontano una storia. E il solo che rientra davvero nella categoria – scordatevi Federico Moccia, “Scusa ma ti chiamo amore” ne ha, e non le dissimula bene – si intitola “Non c’è più niente da fare” di Emanuele Barresi. Racconta di una compagnia di teatro amatoriale sotto sfratto. Nulla di nuovo, ma i personaggi sono simpatici e non fa morire di noia.

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