Addio a Tom Petty, il "cuore” della musica americana

Il leader degli Heartbreakers è morto per un attacco cardiaco a 66 anni. Con i suoi brani lunghi, le atmosfere sognanti, testi evocativi, accompagnò i vagabondaggi di milioni di giovani

Addio a Tom Petty, il cuore della musica americana

Tom Petty (foto LaPresse)

Tom Petty sta alla musica degli americani come Jeff Bridges sta al loro cinema. Racchiude con grazia una serie di valori che hanno creato un genere non solo artistico ma di stile di vita, basato su un individualismo pervaso di romanticismo e legato ai temi dell’amicizia, delle radici, della lealtà, della volontà di autodeterminazione. Tom se né andato per un attacco di cuore a L.A., dove aveva appena tenuto una serie di concerti. Per quanto avesse rallentato l’attività rispetto ai decenni d’oro, Tom era ancora un recording artist con la sua eccellente band, gli Heartbreakers e con una riconosciuta disponibilità ad aderire a collaborazioni e rivisitazioni. Come quella recente con i Mudcrutch, il gruppo con cui s’era fatto le ossa, insieme ai compagni di ventura, il tastierista Benmont Tench e il chitarrista Mike Campbell, ai tempi degli esordi in Florida, la terra a cui è rimasto sempre legato e della quale ostentava con orgoglio il twang, l’accento strascinato.

 

 

Per trovare il successo Tom dovrà lasciare la sonnolenta Gainesville, traslocare in California, cambiare nome al gruppo (continuando a arruolare solo musicisti delle sue parti) e decollare con una serie di album che incarnano il suono americano rock fine anni Settanta, quello che partiva dalle armonie dei classici – Byrds, Dylan, Stones, Allman Bros, Johnny Cash – ma teneva conto del passaggio della new wave, della montante cultura della videomusica e del medium che allora costituiva il principale veicolo di diffusione: l’autoradio, il culto per il suono delle autostrade, i cui eroi erano Springsteen e Van Morrison, Steve Miller e proprio Petty.

 

 

Brani lunghi, atmosfere sognanti, testi evocativi, una profondità emotiva che viaggiava in sintonia cogli american horses, accompagnando i vagabondaggi di milioni di giovani (eppure il primo pubblico ad accorgersi di Petty sarà quello della umida Inghilterra dove, all’indomani di una fortunata tournée, il suo album scala le classifiche). Petty entra nel cuore degli americani, tanto delle metropoli che delle praterie che evoca in “Into The Great Wide Open”, uno dei suoi hit insieme a “Refugee”, “Free Fallin”, “Don’t Come Around Here No More”. Piacciono il suo suono senza fronzoli, la sua voce rauca e appassionata, i suoi atteggiamenti naturali da ragazzo della porta accanto, il fascino spontaneo e così rock, lunghi capelli biondi, sneakers e Rickenbacker a tracolla.

 

 

Un’icona sexy per baby boomers, di quelle celebrate da Cameron Crowe in “Almost Famous”, destinate a raccontare una fine del Novecento che adesso s’allontana non solo per gli anni che passano, ma per i simboli che trasmette. Di Petty restano memorabili alcuni album come “Damn the Torpedoes” (1979), “Hard Promises” (1981), “Southern Accents” (1985), la sua partecipazione all’idea goliardica e nostalgica dei Traveling Wilburys, il supergruppo con George Harrison, Dylan, Roy Orbison e Jeff Lynne (sbalorditiva stravaganza, vista oggi) e poi le periodiche risse con le case discografiche, alle cui regole Tom non si è mai assoggettato. Nonostante la crisi esistenziale coincisa con una lunga dipendenza dall’eroina di cui si libera all’inizio del millennio, Petty rimane sempre circondato da sconfinato affetto. Sarà che ha incarnato un’idea e la possibilità di renderla reale: vivere liberi, di musica, automobili e chitarre elettriche. Credere nella forza delle canzoni per esprimere e condividere, magicamente comprese e adottate da milioni di persone come te. E’ così che si diventa autori delle colonne sonore di una vita e si guadagna l’accesso alla strana forma di immortalità, che è un po’ arte e un po’ fratellanza. Che questa gente, con gli occhi umidi e un nuovo lutto, identifica con lo spirito originale del rock.

 

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