Se l'hip-hop adesso è più ascoltato del rock vuol dire che siamo vecchi

Le nuove generazioni cambiano linguaggi e mercato

Giulia Pompili

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Se l'hip-hop adesso è più ascoltato del rock vuol dire che siamo vecchi

Drake con la chitarra di Jimi Hendrix (foto Instagram)

Roma. Nella patria del rock il rock si è arreso, e non è solo una questione di promozione, business e numeri a confronto. È una generazione intera che ha modificato il mercato musicale, un passaggio annunciato che oggi è verificato dai dati. La sottocultura è diventata mainstream, il rock appartiene a un passato con linguaggi diversi. Secondo l’ultima analisi di Nielsen, che si riferisce ai primi sei mesi del 2017 e nel solo mercato americano, dell’intero consumo di musica – quindi servizi streaming più video più dischi, eccetera – il 25,1 per cento è rappresentato dall’hip-hop e dall’R&B, mentre il rock si ferma un gradino sotto, al 23 per cento. È la prima volta che succede, da quando Nielsen ha iniziato a raccogliere i dati sul mercato. Non è un caso che l’hip-hop sia il re dello streaming, mentre il rock sembra relegato alla nostalgia.

 

Secondo il report, i ragazzi americani tra i 18 e 24 anni – cioè il principale target per hip-hop e R&B, troppo giovane per il rock – passano molto tempo davanti a un device collegato a internet – uno smartphone, il computer, una smart tv – e quindi ascoltano la musica in streaming, influenzati nelle scelte dagli algoritmi e dai social media. Quando invece si tratta di acquistare fisicamente un disco oppure di scaricare una traccia negli store online, il rock è di nuovo in cima alla lista, con il 40 per cento delle vendite. Ma c’è ancora chi trasferisce file su un iPod? anzi: esistono ancora gli iPod? Tra il 2014 e il 2015 negli Stati Uniti il download è stato completamente rimpiazzato, in termini di consumo, con lo streaming. I passatisti, però, sono rimasti alle abitudini precedenti, e c’è un motivo scientifico legato all’età e all’evoluzione dei gusti musicali: il tipo di musica ascoltata da bambini per caso, alla radio, dai genitori, influenza il nostro gusto da adulti. C’è poi un recente studio di Spotify che dimostra come a trentatré anni si raggiunge la maturità, e dopo è più difficile cambiare gusti musicali. Il modo in cui ascoltiamo la musica, pure.

    

Nel Vecchio continente la situazione non è molto diversa. Nel 2016 c’è stato un aumento del consumo di musica in Inghilterra, +1,5 per cento rispetto all’anno precedente. Quarantacinque miliardi di album sono stati ascoltati tramite piattaforme virtuali come Spotify, Apple, Deezer e Tidal, un incredibile +68 per cento rispetto al 2015. C’è stato pure un buon risultato dei vinili, con 3,2 milioni di copie fisiche vendute, il migliore sin dal 1991 ma imparagonabile all’impatto dello streaming. Ma per dimostrare la tesi precedente, è interessante guardare quali sono stati i vinili più venduti in Inghilterra nel 2016: David Bowie, Amy Winehouse, i Beatles, i Radiohead.

 

E indovinate il più ascoltato in streaming? Se tra di voi c’è ancora chi acquista i cd, magari in un negozio di fiducia, e nemmeno online, è molto probabile che non sappia nemmeno chi sia Drake, canadese classe 1986 che con “Views”, uscito ormai più di un anno fa, è forse l’influencer più famoso tra i giovanissimi americani. Così come in Italia Fedez, Fabri Fibra, Baby K e Gue Pequeno continuano a dominare le classifiche. È importante per capire tre cose: l’hip-hop e l’R&B saranno sempre più presenti nelle nostre vite, potete continuare a comprare i dischi dei Rolling Stones, nessuna delle due precedenti è il segno del tramonto dell’occidente.

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