Chester Bennington, il cantante dei Linkin Park, è morto suicida

Bennington, 41 anni, è considerato una delle voci metal migliori di sempre. La sua è stata una vita difficile fin dall'infanzia

Chester Bennington

Chester Bennington al Download festival di Madrid il 22 giugno scorso (foto LaPresse)

“Stanotte ho sognato i Beatles. Mi sono svegliato con 'Rocky Raccoon' nella testa e lo sguardo preoccupato di mia moglie. Mi ha detto che il mio amico era appena morto”. Cominciava così la lettera che Chester Bennington dedicava il 18 maggio scorso a Chris Cornell, cantante di Soundgarden e Audioslave ma soprattutto suo amico, che si era appena tolto la vita. “Dei pensieri su di te mi hanno inondato la mente e ho pianto. Sto ancora piangendo, triste e grato per aver condiviso momenti molto speciali con te e la tua bella famiglia”, scriveva Bennington, che non poteva “immaginare un mondo senza di te”.



Bennington, la voce dei Linkin Park, si è impiccato nella sua casa di Palos Verdes Estates, a sud di Los Angeles. Il primo a dare la notizia è stato il sito specializzato in gossip e spettacolo Tmz. Il cantante, che ha lottato per anni contro la depressione, la dipendenza da alcool e droga, era sposato e lascia sei figli, avuti in due matrimoni. Diversi fan, tra l'altro, hanno fatto notare una triste coincidenza: Bennington, che aveva 41 anni, si è suicidato il 20 luglio, proprio nel giorno in cui Cornell avrebbe compiuto 53 anni. Il legame tra i due era fortissimo: al funerale del suo amico, Chester aveva cantato l'emozionante “Hallelujah” di Leonard Cohen.



Chester Bannington, nato il 20 marzo 1976 a Phoenix, in Arizona, ha avuto un'infanzia difficile, soprattutto per gli abusi sessuali subiti da un ragazzo più grande quando aveva tra i 7 e i 13 anni. "Ha distrutto la mia autostima. Non riuscivo a parlarne, non volevo che la gente pensasse che fosse tutto falso", aveva detto a tal proposito in un’intervista. La musica “mi ha salvato, senza sarei morto”, dichiarò invece a Rock Sound. Cresciuto con il mito dei Depeche Mode, cominciò negli anni Novanta con i Grey Daze, prima di uscire dal gruppo nel 1998. È proprio con i Linkin Park fondati da Mike Shinoda, oggi “scioccato e con il cuore spezzato”, che arriva il successo, quello vero: il 24 ottobre 2000 esce il primo album, Hybrid Theory.


La voce graffiante di Bennington, capace anche di venature più dolci e pop, si inserì nel genere nu metal quasi scuotendolo. E nel 2006, non a caso, guadagnò la 46esima posizione nella classifica dei 100 migliori cantanti metal di tutti i tempi stilata dalla rivista statunitense Hit Parader. Brani come “One Step Closer”, “Crawling” e “In the End” divennero celebri in tutto il mondo.



Quella particolare alchimia tra metal, grunge e rap venne replicata in altri grandi dischi, da “Meteora” (2003) a “Minutes to Midnight” del 2007, che contiene “What I've Done”, forse la canzone più celebre dei Linkin Park.




Dopo vennero altri tre lavori: “A Thousand Suns” nel 2010, “Living Things” nel 2012 e “The Hunting Party” nel 2014, ma non replicarono il successo dei precedenti. Nel maggio di quest'anno è uscito l'ultimo album della band, “One More Light”.


Il loro ultimo concerto in Italia è stato sul palco dell’I-Days Festival di Monza, dove hanno regalato una performance intensa, scrive Rolling Stone Italia, "in grande sintonia con il pubblico che, per A Place For My Head, si è trasformato in un gigantesco coro di 80mila persone". 

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