"Damn” è un capolavoro

Caos, morte, niente compromessi. Il nuovo album di Kendrick Lamar è divino

"Damn” è un capolavoro

Kendrick Lamar. Foto LaPresse/PA

"Damn” il nuovo portentoso album di Kendrick Lamar, comincia e finisce con due colpi di pistola, al culmine di altrettanti episodi molto diversi tra loro. Nel breve brano d’apertura “Blood”, l’artista esce per fare una passeggiata e s’imbatte in una vecchia signora cieca e dall’aria smarrita. Le si avvicina e chiede se ha bisogno di aiuto, se ha perduto qualcosa. La donna gli risponde che sì, qualcosa è andato perduto ed è la vita dell’uomo che l’ha appena avvicinata, Kendrick, alias Key.dot. In un album variamente intriso di riferimenti biblici, il pezzo è ispirato al Deuteronomio e alla inscindibile dualità tra l’obbedienza a Dio e la benedizione oppure tra la disobbedienza e la dannazione. Non esiste compromesso, non c’è gesto di distensione, non ha senso la gentilezza verso gli anziani, se il resto delle nostre azioni non viaggia nella stessa direzione. L’esito è confusione e caos e la morte è la conseguenza non opinabile. Se vivi per le strade difficili di L. A., arriverà con un colpo di pistola, in un momento qualsiasi e insignificante d’una bollente giornata d’estate come tante altre. La seconda storia è collocata 50 minuti dopo, in coda al disco e ci arriviamo commossi e turbati dall’ascolto, dalla constatazione che un album hip hop oggi possa accatastare una simile massa di elucubrazioni e significati, modulati sul più vario e avvolgente dei tappeti musicali e detti dal rap di K. con una maestria che non conosce pari.

   

Il pezzo si chiama “Duckworth”, che è il vero cognome di Kendrick Lamar e di suo padre, Kenneth Duckworth, un altro “K” nella famiglia. Kendrick è un ragazzino col soprannome di Kung-Fu Kenny perché gli piacciono i film di karate e accompagna il padre a comprare un cesto di pollo fritto, la golosità dei neri, al Kentucky Fried Chicken della sua zona. E’ una sera calda, la gente è per strada e ha portato con sé le questioni aperte e i conti da saldare. Al momento di ritirare la sua ordinazione, papà Kenneth incrocia la strada con Anthony Tiffith, uno dei personaggi del quartiere che hanno voglia di farsi notare e che va in giro dicendo che aprirà un’etichetta discografica che porterà il suo nomignolo, Top Dawg. Tra i due sono subito scintille, lo scazzo esplode come il tappo d’una bottiglia di spumante schifoso. Nel casino, mentre la gente cerca riparo e le grida si sovrappongono, davanti agli occhi spalancati di Kung-Fu Kenny, dalla pistola estratta da Tiffith parte un colpo che ha scritto sopra il nome di suo padre. La voce di Kendrick gela questo momento come il fotogramma basilare: “Se Anthony avesse ucciso Ducky / Tap Dawg sarebbe finito in galera per tutta la vita / e io sarei cresciuto senza padre / e sarei morto in una sparatoria”. Sentiamo l’esplosione del proiettile. Tempo sospeso. Tutto riparte. Il colpo non va a segno. Il giovane Kung-Fu mantiene la preziosa opportunità di ricevere un’educazione. Anthony apre la sua casa discografica, la Tap Dawg Entertainment, e diventa uno dei mogul dell’hip-hop. L’incidente è talmente chiuso che sarà proprio lui a incaricarsi di trasformare il giovane poeta di Compton dall’aria umile nel futuro, indiscusso re del rap e nel più ispirato comunicatore della cultura popolare contemporanea.

   

Nei secondi conclusivi di “Duckworth” risuona una voce già sentita: è Kendrick che intona “Un giorno sono uscito per andare a fare una passeggiata”, come all’inizio dell’album. Messaggio chiaro: abbiamo un destino da cui dipendiamo, ma siamo noi stessi a generare la forma di quel destino, in un’ellisse senza fine, che ci lega a tutti gli altri esseri del pianeta. “Damn” è il quarto capolavoro di Kendrick Lamar, che sorprende per come scarta dalla strada tempestata di jazz di “To Pimp a Butterfly” e imbocca quella d’un album hip hop “classico”, riverberando ed espandendo le grandi opere del gangsta rap, al punto da convocare per l’incitamento di partenza (“Roba Nuova! E’ tornato Kung-Fu Kenny!”) niente meno che il venerabile veterano Kid Capri.

   

I pezzi sono di varia morbidezza, fluidissimi, il flow di Kendrick è stupefacente, le apparizioni sono ispirate (tra esse una magnifica Rihanna), la produzione di “Mike Will Made-It” è la migliore augurabile. Ma soprattutto bisogna decifrare e ascoltare le meditazioni del poeta, che dopo gli entusiasmi del “we gon’ be alright” dell’opera precedente, ha imboccato la via del pessimismo, del “The world is endin’, I’m done pretendin’, and fuck you if you get offended”. Due anni fa Obama l’invitava alla Casa Bianca e dichiarava che “How Much a Dollar Cost” era la sua canzone preferita. Di mezzo ci sono i suoi fuochi e i cadaveri d’una America nera che torna a bruciare. Non ci risulta che Donald Trump sia un grosso consumatore di hip hop.

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