Doppia demistificazione del Concertone del Primo maggio

Adesso si può dire “dovete avere voglia di lavorare” nella piazza non più Cgil

Doppia demistificazione del Concertone del Primo maggio

Foto LaPresse

Roma. Il Primo maggio inteso come Concertone in Piazza San Giovanni e il Primo maggio come simbolo di lotta “per il diritto al lavoro”: c’è stato un tempo in cui dire “Primo maggio” significava entrare in una zona sacra di intoccabilità anche verbale. Inscalfibile era il richiamo dell’evento musicale, per quanto non sempre eccelso fosse il livello dei partecipanti, e non criticabile, almeno per quel giorno, era la parola detta da quel palco da presentatori, oratori, cantanti e ospiti – come pure non raggiungibili da frecciate e polemiche parevano, sempre per un giorno, i rappresentanti della triade sindacale Cgil-Cisl-Uil. C’è stato un tempo (primavera 2002) in cui Sergio Cofferati, leader Cgil reduce dalla manifestazione per l’articolo 18 (i famosi “tre milioni del Circo Massimo) era considerato rockstar tra le rockstar, non meno applaudito degli Oasis. E però i tempi cambiano. Capita che i Cinque stelle, come ha scritto Dario Di Vico sul Corriere della Sera, lancino “un’Opa” sul lavoro, “un’Opa che mira a riservare ai sindacati lo stesso trattamento liquidatorio applicato ai partiti, casta dopo casta” – e non c’è soltanto il Luigi Di Maio contro i sindacalisti in politica: ieri, a Torino, Daniela Albano, consigliera comunale dei Cinque stelle, allarmata dai disordini tra antagonisti e polizia, ha scritto il post del paradosso: “Non dobbiamo più concedere la piazza ai sindacati”.

 

E capita che il Primo maggio musicale faccia da specchio al clima di de-sacralizzazione del sindacato: sul palco non spopolano le band impegnate ma le voci da playlist popolare (talmente popolare da essere le preferite dei bambini), prima tra tutte quella post-sanremese del Francesco Gabbani di “Occidentali’s karma”, tormentone-minestrone con la rima “namastè-olé”. E dal palco proprio Gabbani se n’è uscito con la frase che mai prima d’ora qualcuno avrebbe pensato di poter dire in quel frangente: “Logicamente qualcuno ci deve dare questo diritto al lavoro”, ha detto, “ma noi ci dobbiamo mettere una cosa fondamentale: la voglia”. E il pubblico non si è scandalizzato come un tempo avrebbe fatto (soltanto quattro anni fa Elsa Fornero, ministra montiana del Lavoro, è stata a lungo inchiodata all’esortazione: cari giovani, non siate “choosy”, cioè schizzinosi). E se Gabbani ha potuto dire, di fatto, che il lavoro non arriva a chi non se lo conquista con la fatica, il gruppo Lo Stato sociale ha potuto, sempre dal palco del Primo maggio, prendere in giro l’attuale ministro del Lavoro Giuliano Poletti (per la frase dal sen fuggita sul calcetto che aiuta a trovare lavoro più del curriculum). Ed è come se il sacro palco di San Giovanni – simbolicamente “perso” dalla sinistra nel febbraio del 2013, quando, alla vigilia delle elezioni politiche Beppe Grillo riempì la piazza sindacale mentre Pierluigi Bersani chiudeva la campagna al teatro Ambra Jovinelli – fosse diventato, con la sua erba alta e i suoi Gabbani, la rappresentazione plastica del nuovo mondo disintermediato. Tutto, anche il Primo maggio, può essere demolito in nome del “clic” . Soltanto l’anno scorso, la manifestazione aveva come slogan “Più valore al Lavoro.

 

Contrattazione, occupazione, pensioni”. Ma la contrattazione, dopo le ultime vicende Alitalia e non solo, è vista ormai come anticamera del mausoleo dagli eserciti del “clic” suddetto (non a caso lodato da Grillo anche dopo le primarie pd in carne e ossa). E’ passato un anno, ma in questo anno si è capito che tutto un mondo che prima guardava alla Cgil come panacea ora vota Cinque stelle (pensando: “Faccio da me”), mentre la piazza con le erbacce e il Codacons che protesta non è neanche più rabbiosa. Motivo per cui Gabbani, forse non preso troppo sul serio dal pubblico, può dire una frase vera (e impopolare) senza essere tacciato di lesa maestà sindacale.

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