Brooklyn blues, i cantori della nuova scena musicale

Uno di loro è Craig Finn, canta il regno della disillusione

Brooklyn blues, i cantori della nuova scena musicale

Che spasso in questi giorni passeggiare per le strade di Brooklyn, verso Carroll Gardens e Prospect Park, evitando gli stradoni trafficati di camion, ma stando anche alla larga dalle aree sanificate e rivendute a cifre buone solo per gli yuppies e i figli di papà, come Dumbo e Brooklyn Heights. Nei quartierini più interni invece tira un’aria piacevolissima, come se, emigrando definitivamente da Manhattan, la comunità più affascinante in città si sia ricostituita in un contesto urbano congruo, in risonanza con le proprie forme e i suoi contenuti. Ci sono gallerie d’arte curiose e bar bellissimi, ci sono una miriade di negozi indipendenti e magicamente per queste strade ci si rilassa, si rallenta il ritmo, si respira fondo e si riscopre la coolness che tanti anni fa ci portò alla scoperta di questa città. Poi, ovviamente, Brooklyn ha anche la sua florida e molto celebrata scena musicale, con un sacco di club, etichette autarchiche, centri di produzione. E ci sono formazioni di ogni genere, spesso stravaganti – per citare una cosa che vale la pena indagare, i gruppi di musica brasiliana di Brooklyn, contaminati dai timbri distintivi della scena indie locale (sentite Domenico + 2 poi, se vi piacciono, risalite su per associazione digitale). E infine ci sono i cantautori, e ci piace pensare che anche tra costoro ormai si sia fatto largo uno stile del posto, intriso di letteratura e di lifestyle, addirittura col rischio di diventare ridondanti e in eccesso di autocontemplazione.

 

Ora anche Brooklyn ha il suo Billy Joel, o se volete il suo Randy Newman: si chiama Craig Finn e non è la prima volta che ne parliamo, proprio perché, un po’ alla volta, coi suoi lavori sta costruendo una credibile descrizione di cosa siano questi anni in quel posto, visti da un artista talentuoso talento, ma anche dotato dell’aspirazione a essere qualcosa di diverso e più complicato d’una popstar: restare un tipo qualsiasi. Finn, 46 anni, è nativo di Boston ma è cresciuto nella nazione profonda del Minnesota, ha lavorato per l’American Express e nel 2000 ha alzato le tende ed è arrivato a Brooklyn, per precisione a Greenpoint, una delle zone più remote del quartiere, affacciata sul mare e fino a poco fa ritenuta sinonimo di “fuori luogo”. Craig ha una band, The Hold Steady, piuttosto apprezzata e una delle migliori declinazioni di un pop-rock intelligente e raffinato. Ma da qualche tempo si dedica con sempre più convinzione alla sua carriera solistica, arrivata al quarto episodio, “We All Want The Same Things”, che non esitiamo a definire davvero pregevole. Certo, bisogna essere in quel mood, aver voglia di ascoltare una decina di storie sprovviste di eccezionalità e pervase invece dalle incertezze, i malumori e i disagi che accompagnano l’incedere di noi tipi normali. Ma del resto che potete aspettarvi da una copertina che rappresenta il traffico su una strada suburbana, in una brutta giornata di pioggia? Nelle canzoni di Finn si parla di storie d’amore, o meglio di relazioni sentimentali importanti, puntualmente arrivate al momento del semaforo giallo. Spaccati di vita vissuta, da Finn e dagli amici che frequenta, alla costante ricerca di quell’empatia romantica che riscatta la vita e trasforma il quotidiano nello straordinario. C’è tanta gente in cerca di empatia nelle canzoni di Finn, qui come in “Faith in The Future”, il precedente album di un paio d’anni fa, per le strade di Brooklyn o per quelle di St. Paul, dove ha trascorso la giovinezza, ma la maggioranza dei suoi personaggi non riesce a trovare ciò che sperava – come il protagonista di “Preludes” che finisce bloccato in un mare di neve, piantato in asso dai suoi amici e perfino dalla sua squadra di hockey.

 

Insomma, benvenuti nel regno dell’ironia, del dolce amaro, dell’autocommiserazione lieve e dei tanti piccoli fallimenti, che sono altrettante fette di quel salame che è la nostra vita. In “Be Honest”, il pezzo che chiude l’album, Finn in un verso riassume la sua poetica: “E’ piuttosto divertente come ce la passiamo / ma non nel modo che fa ridere noi”. Smorfie amare, disseminate lungo un’ispirazione autoriale che ora ha raggiunto un equilibrio perfetto, sebbene forse fragile. “La nostra vita non è come nei film”, canta ancora Finn in “God in Chicago”, pezzo cardine del disco. Ma è altrettanto vero che, per alcuni di noi, viverla in quel modo, imparando a percepirci come il romanzo di noi stessi, è l’unico modo per sopportare senza troppe conseguenze questo interminabile lungo viaggio attraverso la turbolenze.

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